Salvo è morto. Hanno trovato il suo corpo appoggiato sul marciapiede davanti al panificio, rigido e grigiastro come se avesse iniziato ad assorbirlo il cemento sottostante, inglobato nella terra sintetica del centro storico. Non ci sono stati pianti per Salvo, ma quel giorno il cielo gli ha riservato uno di quegli acquazzoni brevi e frustranti, un pieno di energia repressa che, non trovando sfogo, lacrima sull’asfalto amplificando la puzza e il caldo. La città, stremata dall’estate appena trascorsa, è un animale morente che inizia già a puzzare di carogna, il nero delle basole sembra evaporare impregnando ogni cosa, l’aria, l’acqua, persino gli occhi della gente, che si aggira per il quartiere con le cornee annerite e la fronte sudata. Salvo è morto, e non è una minchiata. Lo hanno raccontato le persone giuste, non i quaquaraquà. Salvo mi ha insegnato a vivere per strada. È stata la prima persona che ho raggiunto dopo essere andato via da Mascalucia, lui era un mio vicino di casa, ed ha continuato ad esserlo fino all’ultimo giorno della sua vita.
Non ho mai capito che rapporto legasse Giorgio a Salvo e viceversa. Dividono la stessa piazza, o meglio, dividevano, contendendosi fino all’ultimo centesimo, lottando per accapigliarsi i parcheggi liberi da rivendere, gareggiando per le simpatie dei negozianti e degli abitanti. Quest’ultima sfida nasceva impari, perché Giorgio è un ladro gentiluomo, ruba solo ai turisti, mentre Salvo rubava a tutti. Non aveva paura di nessuno, era un gigante rosso di capelli e in viso, parlava biascicando e le frasi che uscivano dalla sua bocca sembravano un’unica lunghissima parola. Aveva una moglie e due figli a Rosolini, ogni tanto li andava a trovare e tornava dopo un paio di giorni con un telefono e delle scarpe nuove, che rivendeva dopo mezz’ora, e dei vestiti puliti, che si sporcavano in un paio di giorni. Una volta persino un cane. Come un camaleonte piano piano riprendeva il colore della strada, la barba ricresceva, i capelli si allungavano e i buoni propositi si confondevano in quei lunghissimi versi. A differenza di Giorgio, ogni tanto rimediava qualche lavoro nei posti più impensati, si perdeva nelle campagne della Piana per raccogliere pomodori o si improvvisava muratore per qualche spacciatore che voleva il bagno nuovo e pagava in crack, ma la sua passione più grande rimaneva fingere di cambiare i soldi ai poveri automobilisti fiduciosi che rimanevano ad aspettarlo fin quando qualcuno di noi non si avvicinava mortificato, come se si trattasse della marachella di un figlio, per porre fine all’illusione. Lui, stretta in mano la banconota, era già in marcia verso lo spacciatore. Ognuno di noi ha mangiato almeno una volta la pasta con sopra grattugiato il parmigiano di Salvo, maestro nell’arte del furto dei formaggi della LIDL. La sua tecnica era rozza e diretta come lui, senza fronzoli né strategia: entrava, afferrava qualcosa dal costo esiguo, nel frattempo nascondeva nella tuta lercia meravigliosi spicchi di parmigiano invecchiato, minimo 24 mesi, pagava e correva fuori veloce come il vento. Arrivava sudato e concitato, contando quanti tiri avrebbe potuto farsi con i soldi che qualcuno di noi gli avrebbe dato per quel parmigiano sempre in saldo, lontano dai prezzi di mercato e immune all’inflazione. Lui e Giorgio litigavano spesso, perché non erano concordi sulla questione dei furti ed entrambi avevano la polizia addosso, per cazzate combinate insieme o ognuno per conto suo. Il loro rapporto era di natura diversa da un’amicizia per come si intende comunemente, era un’altra cosa, un legame animalesco, fatto di pugni, schiaffi, urla, calci agli stinchi, esplosioni di rabbia violente e brevi, dopo le quali tutto tornava senza frizioni alla quiete di prima. In strada nessuno sopravvive da solo, come i cani in branco si azzannavano fino a sentire l’odore del sangue, per correggersi, per sfida, per ribadire qualcosa che solo loro sembravano conoscere, ma la notte dormivano sempre schiena contro schiena, guardandosi le spalle. Ho sempre invidiato quel modo tutto loro di gestire i conflitti, lasciare fluire l’astio attraverso il corpo, dal cuore fino ai pugni, per svuotarsi dal male e di nuovo liberi, volersi bene senza dover precisare nulla.