Si dice che la notte appartenga ai giovani, ma non è sempre così. Ed è sorprendente quanto, osservando una serata, sembri possibile tracciare una sorta di profilazione anagrafica della pista. Prima dei diciotto anni sopravvive l’entusiasmo delle prime uscite: si balla, ci si espone, ci si diverte con quella dose di ingenuità che accompagna la scoperta della notte.
La vera inversione sembra arrivare dopo. Tra i 18 e i 24 anni, proprio nella fascia di età che storicamente dovrebbe rappresentare il cuore del clubbing, emerge la figura dei “giovani-vecchi”. Si esce, ma senza compromettere troppo il giorno dopo; si cura l’immagine, si controlla il corpo, si evita di apparire eccessivamente scomposti. Alla cultura dell’eccesso sembra sostituirsi quella dell’ottimizzazione: sonno, palestra, produttività.
Poi la curva si rovescia. Avvicinandosi ai trenta, sulla pista sembra ricomparire proprio ciò che nel frattempo si era perso: la disponibilità a lasciarsi andare. Diminuisce la necessità di appartenere alla generazione giusta, di muoversi nel modo giusto, forse persino di apparire nel modo giusto. Si torna semplicemente a ballare e ad essere i “nuovi giovani”.
A chiudere questa anagrafica della pista ci sono gli over 40: i “sopravvissuti al pomeriggio giovani”. Sono quelli che la pista l’hanno già conosciuta e che oggi sembrano tornarci con meno regole addosso. Ballano, sudano e sembrano preoccuparsi molto meno di come appaiono mentre lo fanno. Ma la verità è che nessuno è troppo grande per la pista, e forse sono proprio loro a ricordare come la si vive: perché la giovinezza non è mai stata, e non sarà mai, un requisito per divertirsi.
È però tra i 18 e i 25 anni che questo scarto diventa più visibile. L’autocontrollo che emerge sulla pista sembra appartenere a qualcosa di più ampio. Il corpo viene allenato, il sonno monitorato, l’alimentazione regolata, la giornata organizzata intorno alla produttività. In questo contesto anche una notte trascorsa fuori fino alle sei del mattino finisce quasi per apparire come un errore di programmazione. Il successo di soft clubbing, morning clubbing e party pomeridiani può essere letto anche dentro questa trasformazione: conservare la socialità della festa riducendo ciò che tradizionalmente la rendeva eccessiva. Si può ballare, ma senza perdere il giorno dopo; uscire, ma tornare presto; divertirsi, ma possibilmente senza compromettere sonno, allenamento e routine. Persino la notte sembra essere entrata nella logica dell’ottimizzazione.
Questo cambiamento si intravede persino nelle parole. Oggi sempre più spesso non si “va a ballare” ma si “va alla serata”. Erving Goffman, in Frame Analysis, parlava delle cornici attraverso cui diamo senso alle esperienze. Le parole non determinano necessariamente il cambiamento, ma possono raccontarlo: “andare a ballare” e “andare alla serata” sembrano espressioni intercambiabili, eppure descrivono due modi diversi di stare nella notte. Si può andare, esserci, incontrare qualcuno, bere, ascoltare musica, restare al tavolo e magari ballare. La pista non scompare: semplicemente, non è più scontato che sia il centro della serata. Ed è proprio qui che emerge un ulteriore ostacolo. Quando si decide di entrarci, ballare richiede qualcosa che sembra sempre più difficile concedersi: accettare di essere ridicoli. Non ridicoli nel senso di esserlo davvero, ma nella possibilità di apparire così agli occhi di qualcuno. Ballare senza essere ballerini significa andare fuori tempo, sudare, spettinarsi, non sapere sempre cosa fare con le mani. Significa soprattutto rinunciare, almeno per qualche minuto, al controllo di come si appare da fuori.
È forse qui che si sviluppa una vera e propria “etica dell’imbarazzo”. Non una regola scritta, ma un insieme di codici che stabiliscono quanto sia possibile esporsi senza diventare cringe. Bisogna essere spontanei, ma non troppo; divertirsi, ma senza sembrare troppo intenzionati a farlo; ballare, ma possibilmente sapendo già come muoversi; distinguersi, ma rimanendo dentro un’estetica riconoscibile. Anche il divertimento finisce così per avere una forma corretta e una sbagliata.
A complicare questa esposizione c’è poi un elemento molto più semplice: la discoteca costringe a stare in mezzo agli altri. Centinaia di persone concentrate nello stesso spazio, corpi vicini, sconosciuti che guardano e possono essere guardati. Per chi vive con maggiore difficoltà le situazioni sociali affollate, o sperimenta forme di ansia sociale, la pista non rappresenta necessariamente uno spazio di liberazione; può diventare esattamente il contrario, un luogo in cui la percezione dello sguardo altrui si moltiplica. Quando ci si sente osservati, anche il movimento più naturale può diventare qualcosa a cui pensare.