Riflessioni · 18 min

Catania 2048

Irene Di Mauro Ottobre 28, 2026 1

Catania, 2048. E se immaginare la catastrofe ci aiutasse a cambiare il presente?

Per una giornata di riflessione sulle forme e i modi dell’abitare, proposta da Vulcanica e Officine Culturali, nasce un piccolo racconto triste. Non è in grado di prevedere il futuro, ma forse potrebbe mettere in discussione il modo in cui abitiamo oggi la città.

Abbiamo immaginato una Catania in cui il clima cambia, le infrastrutture cedono e le immagini da cartolina non reggono più. Quando i server si spengono, il mercato non basta e le istituzioni arrivano tardi, su cosa possiamo contare?

Le domande sono concrete: chi può restare? Con chi e a quali condizioni? E da cosa si riparte?

Non ricordo con precisione quando è cominciato. So che le estati si sono allungate un anno dopo l’altro, finché settembre ha smesso di portare sollievo. Poi, nell’inverno del 2039, El Niño è arrivato più forte di tutti quelli che avevamo mai registrato. Da allora non se n’è più davvero andato.

Ho visto il mare salire, e soprattutto diventare violento. Tre cicloni in sei anni hanno divorato la Playa dove andavo da bambina, hanno sventrato il lungomare di Ognina, allagato il porto. Il Simeto è esondato due volte. La Piana oggi è terra crepata d’estate e palude d’inverno. Abbiamo passato mesi senz’acqua dal rubinetto, e poi notti di pioggia che valevano un anno intero.

L’aeroporto ha chiuso nel 2041, quando la pista è finita sott’acqua per la terza volta. Mi ricordo il rumore delle valigie trascinate sul basolato, sotto casa mia, il vociare indistinto in lingue sempre nuove. Con i voli se ne sono andati i turisti, e poi tanti di noi. Chi poteva è partito verso nord. Io sono rimasta. Un po’ perché non avevo un altro posto, un po’ perché questo posto non volevo lasciarlo.

Nella mia strada ci sono palazzi interi chiusi, con le chiavi ancora nelle cassette a codice di proprietari che non torneranno. Dall’altra parte della città conosco famiglie che dormono in quattro in una stanza. Sulle panchine della piazza si dorme guardando le stelle, ma a volte piove, altre fa freddo, e comunque sono scomode pure da seduti. Non ricordo più chi le aveva volute così, ma ogni volta che mi siedo, sono ancora lì. 

Oggi Catania ha meno della metà degli abitanti di vent’anni fa. Molti sono arrivati da sud, da coste ancora più colpite della nostra. La mia vicina del piano di sopra non scende più: gli scalini del centro sono rimasti tali, e lei la città ormai la guarda dalla finestra. Ogni giorno qualcuno deve occuparsi dei bambini, dei malati, degli anziani. Di solito sono sempre le stesse persone.

Il denaro c’è ancora, ma compra sempre meno di quello che serve: l’acqua, un passaggio fino a Misterbianco, un pezzo per il generatore. Chi aveva i risparmi vive meglio degli altri. Tutti gli altri si arrangiano con quello che hanno in casa e con chi conoscono. All’inizio ognuno ha fatto da sé, anch’io. Poi è diventato chiaro che nessun palazzo, da solo, aveva tutto. A San Cristoforo c’era chi sapeva rimettere in moto un generatore, a Cibali chi aveva un forno a legna e un po’ di farina. Il primo scambio è nato da una lite, non da un’idea. Adesso tra i quartieri ci si presta gente, attrezzi, giornate di lavoro. Ma le regole non le ha decise nessuno: chi ha dato tiene il conto, chi ha ricevuto se lo ricorda, e ogni tanto i conti non tornano. E c’è chi resta fuori da tutto questo, non perché non sappia fare niente, ma perché nessuno sa che esiste. Mi sono chiesta spesso cosa avrei da mettere sul tavolo io.

Il Comune c’è ancora. Ha un sindaco, degli uffici, un timbro. Ma le risorse già prima della catastrofe bastavano per poco: anni di bilanci in dissesto, cantieri aperti e mai chiusi, mezzi fermi nei depositi per un pezzo di ricambio, pratiche che si perdevano tra uno sportello e l’altro. E quel poco spesso finiva dove non serviva: l’ultimo grande progetto finanziato è stato un lungomare nuovo, inaugurato sei mesi prima del ciclone che se l’è portato via. Oggi gli uffici aprono tre mattine a settimana, quando c’è corrente. Il mese scorso ho consegnato una richiesta a mano. Sta ancora aspettando. Dove non arriva il Comune subentra qualcun altro, oppure nessuno. C’è chi tiene le chiavi della cisterna e decide quando aprirla. C’è un’assemblea che si riunisce il giovedì in un vecchio cinema, e un’altra il martedì in una sacrestia. Non sono d’accordo quasi su niente. Ma alla loro porta, almeno, si può bussare.

Poi sono caduti i server. Le mappe, le recensioni, le foto, gli archivi digitali: spariti in una settimana di blackout. Per vent’anni Catania era stata soprattutto un’immagine: un portone barocco, l’Etna al tramonto, un vicolo da fotografare e rivendere. Anch’io, per anni, ho raccontato questa città su uno schermo. Quella città non esiste più, quell’immagine non esiste più. Esiste solo quella che si vede camminando, e quella che qualcuno ricorda. Adesso è questo che faccio: raccolgo le foto stampate in fondo ai cassetti, e le storie che nessuno aveva mai voluto ascoltare.

L’Amenano, che per secoli è scorso sotto la città, in certe notti torna in superficie e attraversa le strade, lo sento passare sotto la finestra insieme a tutto quello che era stato sepolto. Per anni ci siamo detti che era colpa dei numeri sbagliati, delle previsioni ignorate, di qualche tecnico distratto. Me lo sono detta anch’io, ma alla fine non è andata così. I dati c’erano, e le conoscenze anche. Quello che ci ha portati dove ci troviamo è forse il sistema di valori entro cui le abbiamo usate: contava quanto una cosa rendeva, non chi proteggeva. E abbiamo costruito la convivenza su un’etica fatta di principi giusti e lontani, scritti nelle carte e mai arrivati ai corpi. L’etica non ci ha salvati, perché parlava a tutti e non ascoltava nessuno. Era troppo lontana da ciò di cui avevamo bisogno, e da ciò che sentivamo.

Adesso siamo qui, in una piazza. Non importa quale: potrebbe essere la vostra. Gli edifici intorno sono in parte inagibili, in parte vuoti, in parte abitati. Non ci sono regole scritte su dove si dorme, su chi si aiuta, su chi decide, su chi può entrare, su cosa ricordare. Tutto va rinegoziato, a partire da ciò di cui abbiamo bisogno.

È una catastrofe. Ma è anche una seconda possibilità. E da sola non ci riesco. Per questo siete qui.

Dove restiamo. Con chi restiamo. Come restiamo. Chi può restare. Perché restare.

Da cosa si riparte?

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Irene Di Mauro