I piedi mi fanno male da tutto il giorno, da tutti i giorni in cui ho messo di nuovo le scarpe chiuse. Ho alcune ferite che non smettono proprio di sanguinare e di spurgare un liquido giallastro che sembra niente di buono. Non posso permettermi di mettere le ciabatte, anche se me ne hanno regalato un paio nuovo di zecca. Io campo grazie al buon cuore della gente e la gente, per avere buon cuore, deve credere che ciò che sta donando lo sta donando per salvare la vita a qualcuno. Non basta sapere di aver alleviato la sofferenza di un povero tossico come me, devono pensare di avermi sfamato, di avermi consentito di acquistare il pezzo di pane che mi salva dal deperire, non la droga che mi tiene su quando rischio di impazzire e mandare tutto all’aria. E quindi io metto le scarpe chiuse, perché le ciabatte sanno proprio di barbone, di drogato che ha venduto pure le scarpe per comprarsi la roba. Quante scarpe mi sono venduto, pure quelle nuove che mi aveva regalato mia sorella per il compleanno… forse in fondo hanno ragione a non darmi manco un euro se mi vedono in ciabatte. Io ero un principe, a casa avevo tutto, ho tutto. Ogni tanto, quando torno a salutare mia mamma e a fare una doccia, apro l’armadio e accarezzo i miei vecchi vestiti, di quell’altra vita, sopravvissuti a baratti e scambi e conservati metodicamente da lei, per quando tornerò: Burberry, Vuitton, Ralph Lauren… 

Quando mi sveglio la mattina, c’è un preciso momento, dopo un paio di scatarrate, di tiri dal mozzicone di spinello che avevo conservato dalla sera prima, dopo il pellegrinaggio alla sacra fontanella di via San Michele, faccia e ascelle fresche e lavate, in cui mi viene a prendere il vuoto. Mi si materializza davanti un enorme gorgo nero che aspira la panchina, le cartacce, scardina i lampioni e li fa volare in alto, coinvolge nella cieca furia centrifuga anche il cuore, che mi sta per schizzare fuori dalla gabbia toracica, ma in quel momento arriva sempre Salvo, sempre sorridente, sempre puntuale, mi dà una pacca fortissima sulla schiena e il cuore rientra immediatamente al suo posto. “Andiamoci a prendere il buongiorno!”

 

Il buongiorno è uno dei numerosi rituali scaramantici che scandiscono il lavoro di parcheggiatori abusivi di Giorgio e Salvo. I primi soldi lasciati cadere nelle tasche lente dei pantaloni determineranno l’andazzo dell’intera giornata: se l’offerta è misera, andrà male fino al calare del sole e viceversa. Il buongiorno è qualcosa che si fa, non che si augura o si pronuncia in forma di saluto. “Fammi fare il buongiorno”, “ho appena fatto il buongiorno”, il segno della croce, Giorgio bacia il suo rosario azzurro, poi la moneta, e la mette in tasca. È già da due mattine che Salvo non viene a prendersi il buongiorno dagli avventori della piazza, e che fine abbia fatto a nessuno sembra dato saperlo. Con il passare dei giorni una diceria, se non trova riscontro nei fatti, un nuovo dettaglio scabroso o una conferma lampante, perde quella spinta prorompente e come la marea dopo essersi spinta troppo in là, si ritira negli abissi e nessuno sa più dire da dove venisse quella spuma e quegli schizzi. Iniziarono i primi ammutinamenti, le prime risatine nervose, quando si parlava della morte di Salvo non lo si faceva più con la stessa sicurezza dei giorni precedenti, in cui il cadavere gonfio del gigante aleggiava davanti ai nostri occhi insieme alla cenere vulcanica. Ma un pomeriggio soleggiato e stagnante, attraverso la cortina di caldo della tardiva estate catanese, una signora tedesca che mangiava beatamente un cono pistacchio e mandorla venne scippata della borsa, ne seguì una gran baruffa e un gran vociare, tutti accorsero a confortarla e attraverso la calca, dall’altro lato della piazza, mi sembrò di intravedere la sagoma del gigante che rideva con quel suo sorriso sghembo e macchiato. Mi girai verso Giorgio, come per verificare che non fosse una visione, lui scrollò le spalle e mi disse semplicemente: “Lo vedi? L’evva tinta non mori mai”. 

Salvo è vivo, forse è morto, ma la precisa condizione in cui verte al momento non è importante tanto quanto le quarantotto ore in cui lui, per tutti, è stato sicuramente, indubbiamente morto. Qual è lo scarto di una vita così selvaggia e indomita, ignorante e scorretta, cosa rimane di un ladro alla fine dei suoi giorni, cosa ricordiamo di un bandito senza ideali e senza imprese altisonanti, un criminale di basso bordo, un delinquente di quartiere senza casa, nè salma e nè tomba? 

Il proprietario dell’ortofrutta, quando per la prima volta la notizia arrivò alle nostre orecchie, aveva esclamato con estrema afflizione “meeeee… e finiu u pammiggianu!”

 

Nota: il corsivo, come sempre per la serie di avventure dalla piazza, è di Giorgio.