Per questo, forse, bisognerebbe smettere di ripetere che “i giovani non ballano più”. Non è vero. I giovani ballano ancora: basta spostare lo sguardo fuori dalla discoteca per accorgersene. Ballano alle feste private, nelle case, in vacanza, nelle serate tra amici. Non è scomparso il ballo: sono cambiate le condizioni nelle quali ci si sente abbastanza liberi da ballare.

Ed è proprio la differenza tra questi spazi a rendere interessante il fenomeno. In una festa privata diminuisce il numero degli sconosciuti, si conosce chi sta guardando e, soprattutto, si conoscono i codici del gruppo. Si può essere fuori tempo, spettinati o semplicemente ridicoli sapendo che, con ogni probabilità, lo saranno anche gli altri. La comfort zone non elimina l’imbarazzo: lo rende condivisibile.

È lo stesso principio per cui, in discoteca, spesso si aspetta che la pista si riempia prima di cominciare a ballare. Pochi vogliono essere i primi, perché essere i primi significa essere anche i più visibili. Si aspetta che qualcuno inizi, che qualcun altro lo segua e che si formi una folla abbastanza grande da potercisi confondere dentro. In un certo senso, si delega agli altri una parte della responsabilità dell’imbarazzo: se nessuno balla, esporsi è una scelta individuale; quando ballano tutti, l’esposizione diventa collettiva. Il primo si assume quasi tutto l’imbarazzo, il secondo ne prende una parte, il terzo lo rende meno evidente. L’imbarazzo non viene sconfitto: viene diviso.

A rendere tutto questo ancora più difficile è la progressiva scomparsa dell’anonimato. Uno smartphone può trovarsi dall’altra parte della pista e un movimento goffo, un’espressione sbagliata o pochi secondi di eccesso possono uscire dal locale insieme a chi li ha registrati. La figuraccia, che un tempo apparteneva al momento e finiva con la serata, oggi possiede almeno potenzialmente una memoria digitale. Non è necessario finire davvero su TikTok: basta sapere che potrebbe succedere. Il problema non è soltanto essere guardato, ma sapere di poter essere registrati e rivisti.

Il proprio gruppo diventa allora una piccola zona di sicurezza dentro la folla. Si arriva insieme, si rimane insieme, ci si muove insieme. Paradossalmente, si entra in uno spazio con centinaia di persone per trascorrere buona parte della notte con le stesse quattro o cinque con cui si è arrivati. Ed è forse anche così che si può rispondere alla domanda più semplice: perché si pagano venti o trenta euro per entrare in discoteca e poi si rimane seduti? Perché stare seduti permette comunque di partecipare alla serata senza affrontare fino in fondo il rischio della pista. Si è presenti, si ascolta la musica, si parla, si osserva, si appartiene a quel luogo; manca soltanto la parte che richiede di rinunciare, almeno per qualche minuto, al controllo della propria immagine.

Ma se il problema non fosse la scomparsa del ballo, bensì le condizioni nelle quali ci si sente liberi di ballare, allora forse non bisognerebbe chiedere ai giovani di tornare semplicemente in pista. Bisognerebbe chiedersi cosa potrebbe renderla di nuovo un posto in cui valga la pena lasciarsi andare.

Una prima risposta sembra essere già arrivata dalle serate no-phone. Togliere gli smartphone dalla pista non elimina lo sguardo degli altri e certamente non cancella l’imbarazzo, ma gli restituisce almeno una scadenza. Una figuraccia può tornare a durare il tempo di una canzone, invece di conservare la possibilità di riapparire il giorno dopo sullo schermo di qualcuno.

Ma il telefono è soltanto la parte più distinguibile del problema. Flash, fotografi, video e contenuti social finiscono per trasformare la discoteca in una sorta di vetrina, dove non si è soltanto persone che ballano, ma anche corpi potenzialmente osservati. Ed è la vetrina che, inevitabilmente, impone una postura. Il ballo richiede quasi l’opposto. Ridurre la spettacolarizzazione della pista potrebbe allora significare restituirle una parte del suo anonimato.

Forse, allora, la notte non ha davvero smesso di ballare ma ha soltanto imparato a controllarsi, a tornare a casa prima, a non spettinarsi troppo, a non esporsi troppo, a non rischiare di essere ridicola. E a forza di preoccuparsi di come appare, la notte ha smesso di sudare.