Il mare usato da anni come bancomat. Catania prova a riprenderselo
Catania è una perla barocca incastonata tra un vulcano e il mar Ionio. Lo diciamo da sempre, lo scriviamo su ogni brochure turistica, lo ripetiamo come un mantra identitario. Eppure basta provare a raggiungere l’acqua, in questa città, per scoprire che tra Catania e il suo mare si è costruito, pietra su pietra, un confine. Non naturale: costruito. Da scelte urbanistiche, da interessi commerciali, da privatizzazioni che negli ultimi due secoli hanno trasformato un rapporto che dovrebbe essere di appartenenza in un rapporto di prelievo. Il mare, più che un bene comune da abitare, è diventato per molti un bancomat da cui prelevare rendita.
La prima frattura è storica, ed è quella della cintura ferroviaria, che ha tracciato una linea fisica tra il tessuto urbano e la costa, condizionando per decenni il modo in cui Catania si è sviluppata rispetto al proprio fronte mare. La seconda è il porto: un’infrastruttura che, crescendo negli anni, ha progressivamente sottratto spazio pubblico, destinando sempre più superficie al traffico commerciale e sempre meno a una fruizione civile e cittadina della costa. Ogni ampliamento è stato presentato come sviluppo. Ogni ampliamento ha significato, in realtà, un pezzo di città in meno, e un pezzo di rendita in più per chi lo gestisce.
Poi c’è la scogliera, quella lunga lingua di lava che corre lungo il fronte nord. Qui il mare almeno si vede: non c’è un muro, non c’è un cancello. Ma anche qui il disinvestimento pubblico ha fatto il suo lavoro, silenziosamente: gli spazi attrezzati — i solarium storici, i punti di accesso pensati per chi non ha una barca o uno stabilimento — sono spariti uno dopo l’altro, fino a lasciarne oggi uno solo per un’intera città. Restiamo con lo sguardo libero, ma con i piedi sempre più fermi.
E infine la Playa. Chilometri e chilometri di costa sabbiosa, il tratto che più di ogni altro dovrebbe rappresentare il mare popolare di Catania. La realtà è che di quei chilometri, solo poche centinaia di metri restano ad accesso libero e gratuito. Tutto il resto è affidato a stabilimenti privati che negli ultimi anni hanno alzato i prezzi al passo del mercato, rendendo la Playa sempre meno accessibile a fasce sempre più larghe di catanesi. E non è solo una questione di portafoglio: le strutture, con le loro recinzioni e le loro architetture, hanno finito per ostruire anche la semplice vista del mare per chi cammina sul lungomare. Non si nega solo l’accesso all’acqua. Si nega anche il diritto di guardarla — a meno che, appunto, non si paghi.
A questa separazione fisica si somma una ferita più profonda, quella ambientale. Catania è cresciuta per due secoli senza mai affrontare seriamente la gestione degli scarichi: buona parte della città è ancora servita da fognature a perdere, e quelle acque finiscono in mare senza alcun trattamento. I progetti di depurazione esistono, sulla carta, da anni — restano bloccati, impantanati in ritardi le cui ragioni non vengono mai spiegate con chiarezza ai cittadini. Il rapporto 2026 di Goletta Verde, la campagna di monitoraggio di Legambiente, conferma questa negligenza con numeri precisi: dei tre punti monitorati in provincia di Catania, tutti e tre sono risultati fortemente inquinati — la foce del canale Pantano d’Arci; Aci Trezza, comune della provincia, inquinato dal 2020 a causa di lavori al collettore fognario mai completati; e la foce del torrente Macchia, a Sant’Anna di Riposto. A livello regionale il quadro è ancora più netto: il 70% dei 23 punti campionati in Sicilia ha superato i limiti di legge. Il risultato è un mare che, oltre a essere sempre più difficile da raggiungere, è anche un mare a cui la città non garantisce le condizioni minime di salute.
Eppure Catania non è mai stata, culturalmente, una città che volta le spalle al mare. È una città di pescatori, di bagnanti storici, di una relazione con l’acqua che affonda in generazioni. Ed è proprio per questo che colpisce un fenomeno tanto diffuso quanto silenzioso: la tendenza, ormai consolidata, ad avere la casa al mare altrove. A Roccalumera, a Fiumefreddo, a San Marco, a letojanni, oppure scendendo sulla costa sud, verso Pachino e Marzamemi. Migliaia di catanesi che, pur di vivere un rapporto pieno con il mare, lo vanno a cercare fuori dalla propria città. Non è una moda. È un sintomo. È la prova più chiara che la separazione raccontata finora non è solo urbanistica: è diventata anche emotiva. Ci hanno abituati a pensare al “nostro” mare come a qualcosa che si guarda da lontano, o che si raggiunge altrove, o che — appunto — si paga.
C’è però un secondo quadro, ed è quello che rende questo articolo non solo una denuncia ma anche una rivendicazione. Negli ultimi anni Catania ha iniziato a muoversi, e le ultime settimane lo dimostrano bene. A fine giugno Salmastra, associazione dell’ARCI attiva nel borghetto di San Giovanni licuti, ha promosso con la rete “Catania non da le spalle al mare” un’uscita collettiva in kayak, SUP e canoa fino al Caito, la spiaggia nata dall’erosione provocata dal ciclone Harry tra il deposito ferroviario e il porto turistico Rossi. Hanno risposto circa un centinaio di persone. Un dato, in mezzo a questa storia, dice più di altri: la Regione ha stanziato 900mila euro per quell’area, ma solo per la messa in sicurezza del porto rossi, non per restituirla alla città. Il sindaco Trantino ha parlato di un progetto con accesso pedonale e parco pubblico, ma per ora resta — l’ennesima promessa in attesa di diventare cemento, o di restare, semplicemente, una promessa.
Poi, a un giorno di distanza l’una dall’altra, sono arrivate due notizie che vanno lette insieme. Il 13 luglio il TAR ha accolto il ricorso presentato da WWF Sicilia Nord-Orientale e dall’Osservatorio Politiche Urbane e Territoriali, sostenuto dal Comitato per la difesa e la fruizione della Scogliera d’Armisi, da LIPU Catania e dal Comitato Parco Monte Vallone-Acquicella, annullando momentaneamente il piano regolatore portuale. È una vittoria parziale, va detto con chiarezza: il tribunale non è entrato nel merito ambientale, ma ha riscontrato un’incompetenza assoluta dell’Autorità portuale, che aveva pianificato interventi su aree — la Scogliera d’Armisi e la foce dell’Acquicella — estranee alla propria competenza. Il risultato pratico, però, è quello che il movimento chiedeva da anni: fermati, almeno per ora, l’espansione a nord e a sud del porto e oltre due milioni di metri cubi di cemento previsti.
Il giorno dopo, il 14 luglio, la Commissione Eredità Immateriali dell’Assessorato ai Beni Culturali ha iscritto all’unanimità la Scogliera d’Armisi nel Registro dei Luoghi dell’Identità e della Memoria della Sicilia, nella sezione dedicata ai luoghi storici del lavoro. Un riconoscimento che non è solo simbolico: certifica il valore paesaggistico dell’area e il suo legame storico con la città, dove agli inizi del Novecento sorgeva il primo stabilimento balneare catanese, quello della Belle Époque. Due decisioni, prese a distanza di ventiquattr’ore, che raccontano la stessa cosa da due lati diversi: la scogliera non è terra di nessuno su cui costruire, è un pezzo di identità catanese da tutelare.
A questi due fatti si aggiungono i comitati nati per la salvaguardia della scogliera, e le assemblee cittadine che negli ultimi mesi si sono ritrovate attorno a una parola d’ordine semplice e diretta: Catania non dà più le spalle al mare. Sono esperienze diverse, nate da percorsi diversi, ma che convergono tutte sulla stessa richiesta: un mare accessibile, gratuito, libero. Non un privilegio per chi può permetterselo, non uno spazio residuale tra un cantiere e uno stabilimento, ma un diritto collettivo della città.
Il confine tra Catania e il suo mare non è un dato di natura. È il risultato di scelte politiche e amministrative precise, prese in due secoli da chi ha governato questa città — scelte che si possono e si devono invertire. La costa non è un bancomat da cui prelevare rendita, è un patrimonio comune da restituire. Il movimento che si sta costruendo in città lo sta già dicendo, a modo suo, e ora anche un tribunale e una commissione regionale lo confermano: il mare di Catania appartiene ai catanesi e alle catanesi, e va ripreso.