Se il principio dell’educazione e della crescita è sempre stato quello di indicare una direzione, di farci credere che a un determinato impegno sarebbe corrisposto un risultato riconoscibile, oggi quel meccanismo sembra essersi incrinato. Per molto tempo il percorso verso l’età adulta appariva scandito da una sequenza quasi naturale: studiare, trovare un lavoro, costruire una famiglia. Più che una promessa di felicità, era una promessa di orientamento. Non sempre funzionava, non sempre rendeva felici, ma offriva almeno un orizzonte entro cui immaginare il futuro.
È forse all’università che questa logica raggiunge la sua forma più compiuta. Ogni semestre ha una scadenza, ogni esame ha un programma, ogni sacrificio ha un voto. Perfino i fallimenti sembrano reversibili, perché esiste sempre un’altra occasione. Viviamo per anni dentro un sistema in cui ogni traguardo contiene già quello successivo. È un percorso faticoso, ma pur sempre leggibile.
Quella è una fatica che impariamo a conoscere, a conviverci e, in qualche modo, persino ad interiorizzare. Solo quando quel percorso si conclude ci accorgiamo che non ci stava preparando a ciò che sarebbe venuto dopo ma stava semplicemente rimandando il momento in cui, senza più un sentiero già tracciato, saremmo stati costretti a porci la domanda più difficile: cosa resta di noi quando nessuno ci indica più quale sarà il passo successivo?
È una domanda che ronza nella mente come una zanzara in una notte d’estate: fastidiosa, insistente, impossibile da ignorare. La pronunciamo quasi sottovoce, perché abbiamo l’impressione che gli altri abbiano già trovato una risposta. Intanto, senza accorgercene, smettiamo di ascoltare le scelte degli altri e iniziamo a usarle per misurare le nostre.
È proprio lì che cambia qualcosa.
L’università non ci insegna soltanto a studiare. Per anni abbiamo vissuto dentro un videogioco con i livelli già disegnati. La laurea è stata il momento in cui ci siamo accorti che la mappa finiva, ma il mondo continuava. È come uscire da una metropolitana e scoprire che i binari finiscono proprio dove comincia la città.
Il problema emerge quando quel sistema si interrompe. All’improvviso non esiste più una direzione implicita, né qualcuno che possa dirci quale strada abbia davvero senso percorrere, o se esista ancora un legame chiaro tra ciò che facciamo e ciò che diventeremo.
Eppure la richiesta di correre rimane. Anzi, diventa ancora più insistente.
Da una parte ci viene chiesto di distinguerci, di essere più preparati, più veloci, più competitivi, come se il valore della nostra vita dipendesse inevitabilmente dal confronto con quella degli altri. Dall’altra ci viene ricordato di vivere pienamente il presente, di non perdere occasioni, di trasformare ogni esperienza in qualcosa di memorabile. Corri. Parti. Rimani. Costruisci una carriera. Goditi il presente. Sii produttivo, ma anche autentico.
Non sorprende, allora, che oggi esistano piattaforme per la preparazione ai concorsi pubblici che permettono ai candidati di confrontare anonimamente il proprio punteggio con quello degli altri, costruendo una graduatoria ancora prima che il concorso abbia inizio. Non è soltanto uno strumento. È una fotografia del nostro tempo.
Sembra che tutto debba poter essere misurato: lauree, master, certificazioni, lingue parlate, anni di esperienza. Ogni traguardo si trasforma in una voce del curriculum, ogni esperienza in un requisito, ogni competenza in qualcosa da certificare.
Così continuiamo ad accumulare. Non perché ciò che abbiamo conquistato non abbia valore, ma perché sembra non bastare mai. Ogni traguardo dura il tempo di essere raggiunto, prima di trasformarsi nel punto di partenza del successivo.
Forse è così che cambiano le epoche: non quando cambiano le persone, ma quando cambiano gli imperativi con cui imparano a vivere.
Non più “mangia, prega, ama”. Piuttosto, corri, colleziona e dimostra.
È come se fossero scomparse le istruzioni, ma fosse rimasta l’urgenza di arrivare. Manca il nesso tra il sacrificio e il traguardo, tra lo sforzo e il significato. Ci viene chiesto di accelerare senza che nessuno possa più dirci dove conduca questa corsa.
Di fronte a questo disorientamento è facile rifugiarsi in quella che Bauman definiva “retrotopia”: la tentazione di immaginare il passato come un tempo più semplice e ordinato e di attribuire l’incertezza del presente a un presunto difetto delle nuove generazioni. È una lettura rassicurante, ma incompleta. Il punto non è che oggi abbiamo meno voglia o meno capacità di chi ci ha preceduti. Il punto è che stiamo imparando a costruire la nostra identità in un mondo che ha smesso di offrirci traiettorie condivise.
È allora che accade la trasformazione più sottile. Le persone del nostro piccolo ecosistema smettono lentamente di essere compagni di vita ma, piuttosto, diventano il termine di paragone con cui giudichiamo la velocità del nostro cammino. Il loro successo parla del nostro ritardo e le loro certezze amplificano i nostri dubbi. È così che gli altri diventano parametri.
È in questo punto che il problema smette di essere teorico e diventa quotidiano, consumando il conflitto più feroce della nostra generazione: la scissione tra l’imperativo di essere una studentessa brillante – un ingranaggio impeccabile e costantemente performante – e la necessità, profondamente umana, di rimanere semplicemente una ragazza.
Sono due forze opposte che si cannibalizzano a vicenda. Se studi, ti sembra di amputare la tua giovinezza; se vivi, ti sembra di minare le fondamenta del tuo futuro. Non c’è neutralità, c’è solo un tribunale permanente nella testa che calcola il coefficiente di produttività di ogni singolo respiro. Ma nessuna prestazione può sostenersi all’infinito.
C’è un momento in cui la retorica del merito si schianta contro un limite fisico. Il momento in cui decidere di chiudere lo schermo, lasciare le pagine a metà e andare semplicemente al Vermut cessa di essere una distrazione ma diventa un vero e proprio atto di resistenza.
Quell’angolo di via Gemmellaro non è un rifugio dall’ansia, è una barricata contro l’efficienza. Ritrovarsi lì, con un bicchiere in mano in mezzo al rumore della città, non significa riposarsi per riprendere a correre meglio l’indomani; significa rivendicare il diritto sacrosanto all’inconcludenza. È dimostrare che si può sequestrare qualche ora al futuro e dichiarare che, per quella sera, esistere è più che sufficiente. È l’anarchia di fermarsi mentre tutto il resto impone di correre.
Eppure, è proprio nell’assenza di istruzioni che si nasconde anche questa possibilità.
Se nessuno può indicarci una strada obbligata, nessuno può nemmeno dirci quale sia l’unico modo corretto di vivere. L’incertezza continua a fare paura, ma diventa anche lo spazio in cui possiamo rivendicare il diritto di sbagliare, di cambiare idea, di ricominciare.
Può sembrare una conclusione ingenuamente ottimista, ma forse dovremmo chiederci se questa non sia la nostra vera ricompensa.
Non la certezza di aver scelto sempre la strada giusta, ma la libertà di costruirne una che ci assomigli. Una libertà imperfetta, spesso faticosa, che nasce proprio dal fatto che nessuno possiede più le istruzioni per dirci chi dobbiamo essere.
Alla fine, siamo la generazione a cui sembra possibile fare tutto, finché non ci accorgiamo che ogni singola scelta porta con sé una catena di rinunce. Capire di scegliere una determinata vita significa scegliere di non viverne mille altre. Chissà se è questo il prezzo della libertà di cui parliamo.
E forse è proprio questo obbligo di procedere alla cieca, senza mappe definitive, a ricordarci che la nostra umanità non si misura dalla velocità con cui arriviamo prima degli altri, ma dalla capacità di riconoscere nell’altro qualcosa di diverso da un parametro. Se ogni generazione riceve un’eredità, la nostra ha scoperto che le istruzioni ricevute non bastano più a interpretare il presente. E che, forse, la responsabilità più grande è proprio quella di riscriverle.