Anche questa estate appena passata si porta dietro le stesse storie di vecchi al tramonto che si tengono per mano, la bugia di una vita lenta e più consapevole, il campeggio con gli amici in mezzo alla natura, le foto scattate con l’analogica, l’illusione di un tempo diverso, estraneo a noi, passato.
È ormai chiaro anche ai più nostalgici che nessuno vuole davvero tornare al 1950. Nessuno vuole la vita di paese dove tutti sanno con chi sei uscito la sera prima, il bagno nella tinozza con l’acqua fredda, il carretto con due gusti di gelato. Scegliere tra fiordilatte e cioccolato è semplice quando pensi che siano gli unici gusti al mondo, ma nella società di oggi è impossibile chiudere gli occhi davanti all’evidenza che esiste anche il pistacchio e il caramello salato, il mango e persino il puffo, che ti piace anche se non hai idea di che cavolo ci sia dentro.
Abbiamo visto scorrerci davanti estatiche storie di nipoti che, tra una serata in discoteca e un weekend in Puglia, facevano compagnia ai nonni mentre mettevano a seccare al sole i fichi o facevano la passata di pomodoro, per poi tornare a dormire soddisfatti e pieni. Quel paio d’ore una mattina non contemplano certo la sveglia all’alba per raccogliere i pomodori e il basilico, l’intero macchinoso processo di preparazione e imbottigliamento, la necessità e il senso di un rito collettivo che diventa risorsa per una comunità per l’anno seguente.
Queste prospettive di prossimità imponevano limiti e sacrificio, sì, ma generavano anche legami e possibilità: pratiche quotidiane che, nella necessità, costruivano un senso più strutturato, pieno e fecondo. Il mito della modernità, invece, ci ha lasciati vuoti: ci ha convinti che ciò che ci mancava fosse un mondo di possibilità; e dentro quelle possibilità ci siamo dispersi, frammentati, fino a ritrovarci soli insieme, senza direzioni comuni.
Oggi ciascuno difende se stesso e la propria identità sopra ogni cosa. La cultura della cura di sé è diventata ossessiva mentre la cura dell’altro appare lontana, impraticabile, quasi impossibile da immaginare, perché sembra chiedere una rinuncia alla propria . Eppure ci sono questioni urgenti che ci obbligano a ripensare questa idea di libertà, che da un lato ci emancipa, dall’altro apre spazi di solitudine e calpesta esigenze collettive fondamentali. Se il mito contemporaneo è fare soldi per costruirsi una casa con piscina, diventa chiaro perché fatichiamo a collaborare per ricostruire un mare saccheggiato e sporco.
Quel rito della passata di pomodoro non era un’immagine estetica per i social, ma un’espressione dell’interdipendenza che permeava la comunità in cui i nostri nonni vivevano. Non si trattava di una comunità idilliaca di eletti, non si amavano tutti i vicini di casa, ma si sapeva che se cadeva la neve, il viale si doveva spalare insieme, che esisteva un bene pubblico per la cui cura era necessaria collaborazione e condivisione.
Oggi si misura l’accettazione con il metro dell’affinità, e in questo gioco di cercare il simile, il gemello, ti senti sempre più solo perché nessuno sarà mai come te. Puoi trovare però chi passa il tempo nel tuo stesso modo, che ha i tuoi stessi orari e le tue stesse necessità di evadere dalla monotonia, che frequenta i posti che ti piacciono e che si fa di ciò che ti fai tu. Questa diventerà un’amicizia destinata a durare perchè non ti costringe ad un compromesso, a provare cose nuove, ad adattarti per il bene dell’altro, a negoziare spazi, abitudini, idee.
Ciò che dovremmo rubare ai nostri nonni è una chiave che noi abbiamo barattato in cambio dell’illusione di poter fare tutto da soli: l’interdipendenza. Non è romanticismo, è un promemoria pratico: vivere insieme significa riconoscere che i nostri bisogni, i nostri tempi e perfino la nostra serenità si intrecciano, e che chiedere, offrire e coordinarsi non è una sconfitta ma un modo di reggere il peso. Non dovevano stare simpatici a tutti i vicini, ma sapevano che il singolo, da solo, non bastava: per spalare la neve, crescere i figli, attraversare una crisi o semplicemente non perdersi, serviva una rete, anche imperfetta, a cui poter tornare.
La modernità ci ha fatto una promessa seducente: puoi fare tutto da solo. Puoi ordinare cibo senza parlare con nessuno. Puoi lavorare da casa senza vedere un collega dal vivo per settimane. Puoi comprare un trapano che userai quattro volte in tutta la vita, invece di chiederlo al vicino. Puoi reinventarti ogni tre mesi e cambiare personalità come si cambia password.
In questo supermercato infinito di possibilità ci siamo un po’ persi, scambiando la libertà per assenza di legami e trasformando il “non dipendere da nessuno” in una specie di obiettivo spirituale o in uno slogan da reel motivazionale.