L’autosufficienza totale è una truffa perché promette leggerezza e la restituisce in forma di solitudine. Ti dice: “Finalmente sarai libero” e poi ti lascia da solo con sei abbonamenti, una friggitrice ad aria, tre chat silenziate e la vaga sensazione che qualcosa, da qualche parte, si sia rotto. Dentro questo malessere emerge l’opacizzazione.

Nelle nostre interazioni con gli altri esistono certi momenti di lucidità, nei quali riusciamo a riconoscere il nostro disagio e intravedere la possibilità di un modo diverso di vivere. In questi momenti intuiamo il valore della comunità, desideriamo una trasformazione e ci emozioniamo persino davanti alla possibilità di costruire qualcosa insieme agli altri, eppure tra questa intuizione e la sua realizzazione esiste uno spazio che ci rifiutiamo di riconoscere fatto di tempo, fatica e assenza di risultati immediati, ai quali siamo ormai assuefatti.

La cultura dell’immediatezza rende temporaneamente meno visibile il disagio, lo anestetizza rimandando la risoluzione. C’è forse una condizione non auspicabile ma possibile, che rende la convivialità di nuovo risolutiva: la necessità.

In condizioni di necessità si fa rete, di fronte alle costrizioni si rivendicano diritti, in caso di catastrofi si ricostruiscono strade, si stabiliscono turni per cucinare il cibo quando nessuno ha il tempo di farlo per sè ogni giorno. Quindi la domanda che vi poniamo è: è possibile anticipare la necessità per innescare processi generativi collettivi? Siamo in grado di farlo con continuità, senza la spinta di episodi isolati? La necessità è la scintilla, ma per far bruciare il fuoco quel tanto che basta per riscaldarci, occorre che quello scoppiettio diventi la voce di un dio benevolo e le ombre che fuga spiritelli maligni e dispettosi. Riscoprire la sacralità nelle pratiche di interdipendenza significa dare forma rituale alla vita, ripartendo da miti di convivenza che ci tengano insieme. Se per secoli la religione ha organizzato l’ordine sociale attraverso la paura e il rispetto del divino, oggi dobbiamo inventare nuovi “monumenti”: riferimenti condivisi, pratiche e simboli capaci di sostenere i nostri valori. Altrimenti rischiamo di scivolare in una catastrofe di significato.

Si continuerà a lavorare, a ordinare, a comprare, a uscire il sabato, a fare sport, a fare foto; ma sotto la superficie tutto diventerà più facile da sostituire e più difficile da abitare. Avremo mille micro-scelte e nessuna direzione, mille contatti e nessun vincolo, mille parole e nessuna promessa.

E infatti spesso confondiamo il “sociale” con la sua scenografia: eventi che orbitano, per qualche ora, intorno alle nostre vite, (cene, serate, attività, progetti-lampo) e poi spariscono senza lasciare traccia, senza creare continuità, senza trasformarsi in abitudine. Non ci manca l’occasione: ci manca la ripetizione. Ci manca un modo stabile di tornare e costruire significati.

Perché il punto non è che ci manchino le relazioni. Il punto è che ci manca una grammatica della relazione: un modo condiviso di sapere che cosa stiamo facendo insieme. La modernità ci ha dato strumenti potentissimi per vivere senza dipendere dagli altri, ma non ci ha dato rituali, né strumenti, altrettanto potenti per vivere con gli altri nel rispetto reciproco senza sentirci invasi, ridicolizzati, sfruttati, o semplicemente “fuori tempo”.

Quando diciamo “monumenti” non stiamo invocando una nuova religione, né il ritorno forzato alla comunità di paese. Parliamo di pratiche stabili che rendano l’interdipendenza la norma attraverso azioni abbastanza ripetute da diventare necessarie. Abbastanza pubbliche da non dipendere dall’umore di qualcuno. Abbastanza umili da non pretendere di essere pure.

Se questa frattura resta solo un pensiero, diventa solo un’altra forma di anestesia: o la traduciamo in gesti semplici e ripetuti, oppure la solitudine continuerà a sembrarci normale.

Può essere una sera al mese in cui il cibo è un passaggio di mano, una tavola che si apparecchia per ricordare che la solitudine non è un destino, ma un’abitudine che si può disinnescare.

Può essere una stanza di cose in prestito, un trapano, una sedia, una valigia, come un lessico comune: oggetti che diventano scuse gentili per pronunciare la frase più semplice e più disarmante: me lo presti? E dentro quella domanda, sottovoce, l’altra: mi vedi? ci sei anche per me?

Può essere la cura condivisa di un pezzo di mondo: un cortile, una strada, una spiaggia, un’aiuola. Non perché dobbiamo amarci tutti, ma perché qualcosa, ogni tanto, deve appartenere a “noi”,  e quel “noi” va tenuto in vita come si tiene acceso un fuoco.

La forma può cambiare, ma la sostanza è sempre la stessa: spostare l’interdipendenza dal piano morale (“dovremmo essere migliori”) al piano infrastrutturale (“ci siamo dati un modo per farlo”). Perché il moralismo crea senso di colpa. E il senso di colpa è individualista quanto l’egoismo, solo più triste.

Oggi confondiamo la comunità con l’affinità: cerchiamo il posto dove “mi capiscono” e non devo spiegarmi. Ma una comunità non è una bolla di simili: è un patto che, ogni tanto, ti chiede di fare spazio e di non stare sempre al centro.

Per questo spaventa: ricorda che la libertà non è solo scegliere, è anche sopportare la frizione dell’altro. La promessa moderna del “puoi fare tutto da solo” ci risparmia la scomodità, ma insieme toglie profondità e lascia consumo.

La necessità rompe l’incantesimo: smettiamo di chiederci se l’altro ci somiglia e iniziamo a chiederci se l’altro c’è. La domanda è se possiamo imparare quella grammatica prima dell’emergenza, se saremo abbastanza svegli da tirarci su insieme, mano nella mano.

“Cercare l’utopia nel passato non significa essere nostalgici di una felicità perduta, ma rintracciare piccole isole di intimità nel mare della sofferenza. Il passato può e deve essere riscattato come universo, un mondo sommerso, di potenzialità diverse, non compiute, suscettibile di future realizzazioni” Vito Teti

-la redazione