Cosa c’è di più universale del tempo? Apparentemente nulla. Forse soltanto quelle poche esperienze che attraversano ogni esistenza umana senza chiedere il permesso: l’amore, la sofferenza, la perdita, l’attesa. Da secoli riserviamo a Gennaio il compito di rappresentare il tempo. Lo trasformiamo nel custode dei nuovi traguardi e gli affidiamo il passaggio più fragile del calendario: quello in cui una fine tenta di somigliare ad un inizio.
Ogni anno, Gennaio arriva come un ospite inquieto che si siede alla nostra tavola e ci pone le stesse domande: cosa lasciamo indietro? Cosa speriamo di trovare? Cosa siamo diventati nel tempo trascorso?
Bivacca in quella terra di confine tra la nostalgia di ciò che è stato e l’illusione di ciò che potrebbe essere. Per questo gli riconosciamo un privilegio che non concediamo a nessun altro mese: quello di inaugurare il futuro. Eppure Gennaio, forse, ci ha mentito perché chi ha deciso che l’anno debba cominciare proprio con Lui?
Il tempo ci illude di vivere una delle poche esperienze veramente universali. Scorre per tutti allo stesso modo. Un minuto dura un minuto ovunque. Le stagioni si rincorrono e, infine, gli anni passano. Eppure tra il tempo che misuriamo e quello che viviamo esiste una differenza sostanziale. Perché il tempo non è soltanto una successione di minuti e di ore ma è anche il significato che scegliamo di attribuire al suo scorrere. Forse è per questo che il tempo non è soltanto una misura ma, piuttosto, un accordo collettivo.
Ed è per questo che Gennaio è un narratore inaffidabile. Ci lascia credere che esista un solo inizio, quando in realtà ogni società sceglie dove collocare i propri passaggi, quali giorni ricordare, quali celebrare e quali lasciare scorrere nell’ordinarietà. Così, mentre gli orologi continuano a segnare lo stesso tempo, i calendari raccontano storie diverse. Forse è proprio per questo che esistono modi differenti di iniziare un anno.
In Sri Lanka, ad esempio, il nuovo anno aspetta Aprile. Aspetta che il raccolto si concluda, che il sole cambi posizione e che il tempo, ancora una volta, trovi un nuovo equilibrio. Non è il Capodanno gregoriano e non segue nemmeno i ritmi del calendario lunare. Il nuovo anno srilankese è incurante di Gennaio perché si presenta quando il sole completa il suo passaggio dai Pesci all’Ariete secondo l’antico calendario solare, in un momento stabilito ogni anno dagli astrologi. In fondo, il Capodanno srilankese sembra fondarsi su un’idea quasi rivoluzionaria: che non siamo noi a possedere il tempo, ma che sia il tempo a doverci guidare. Non si tratta semplicemente di sapere che giorno sia ma di attendere il momento giusto. Di riconoscere che esiste un ordine più grande delle nostre agende, dei nostri orologi e delle nostre scadenze. Non sorprende, dunque, che ogni gesto abbia il suo tempo e ogni tempo abbia il suo gesto.
Ed è proprio qui che il Capodanno srilankese rivela la sua particolarità: non nella data in cui cade, ma nel modo in cui il tempo viene vissuto. La giornata del Capodanno è scandita da una successione di rituali, ciascuno legato a un momento preciso: il fuoco viene acceso esattamente nella fase indicata dal nekath orientando il focolare nella direzione propizia dell’anno; i piatti dell’Aluth Avurudu hanno sapori e colori precisi e il momento in cui vanno consumati è – ovviamente – stabilito dagli astri. Tra la fine dell’anno vecchio e l’inizio di quello nuovo esiste persino uno spazio sospeso, il nonagathe, un tempo neutro in cui ogni attività si interrompe. Non si produce, non si corre ma ci si ferma e si aspetta. Come se, prima di ricominciare, fosse necessario riconciliarsi con il tempo stesso. Come se il nuovo anno non iniziasse con un conto alla rovescia, ma con la capacità – ormai rara- di concedersi il lusso dell’attesa. Quest’anno, però, quel tempo, guidato da Aprile, ha attraversato mezzo mondo ed è meravigliosamente arrivato fino a Catania. Per la prima volta il Capodanno srilankese è stato celebrato a Villa Bellini. E forse la novità non stava soltanto nella festa, ma nel luogo che la ospitava. Villa Bellini non è semplicemente un giardino pubblico ma è uno di quei luoghi che appartengono all’immaginario collettivo della città, il teatro in cui Catania si incontra, si racconta e si riconosce. Negli anni ha accolto eventi, manifestazioni e iniziative dedicate all’incontro tra culture diverse, ma questa volta non era la città a raccontare l’integrazione. Era una comunità a raccontare sé stessa. La festa che per anni era stata custodita all’interno delle case, dei templi e degli spazi della comunità ha scelto di mostrarsi e di uscire dai luoghi dell’appartenenza per incontrare la città.