Oltre lo spray e oltre il like: al bancone con TVBOY
Da dissacratore ad artista conteso dai musei di tutto il mondo. Salvatore Benintende, in arte TVBOY, si racconta a Seltz: la satira politica, l'impegno sociale, la sfida dell'Intelligenza Artificiale e il viscerale, inimitabile "richiamo della strada".
C’era un tempo in cui la stampa di destra lo definiva imbrattatore e quella di sinistra graffitaro. Poi sono arrivate le 42 mila presenze in pochi giorni alla sua mostra al Mudec di Milano e TVBOY è stato per tutti artista.
Eppure Salvatore Benintende, classe 1980, figlio d’arte, cresciuto a pane, cartoni animati e TV (da cui il nome, un inno punk ma anche un omaggio generazionale), ha rivoluzionato, dall’inizio degli anni 2000, il concetto di Street Art in Italia, impiegandola per mettere in luce ingiustizie e contraddizioni del nostro tempo, portando in strada politica e attualità per consegnare alla gente un pezzo di arte, da custodire, da imbrattare o con cui dialogare.
Lo abbiamo incontrato per fare il punto su un percorso che lo ha visto evolvere da nemico pubblico N.1 a paladino di grandi cause sociali, passando per i baci virali della politica, la sfida dei social network e la difesa dell’arte reale nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale.
Dalle pasquinate alle battaglie per i diritti
Agli inizi, ammette TVBOY, la molla era la pura ribellione, il rifiuto del mondo dell’arte con la puzza sotto il naso, dei curatori, delle gallerie in cui per entrare devi essere amico di qualcuno, del critico come filtro obbligatorio tra l’artista e il pubblico: “volevo saltare il filtro e lavorare direttamente sulla strada, comunicare direttamente con la gente”. Un’esigenza che definisce ancestrale, come le pitture rupestri.
Poi sono arrivate le grandi opere satiriche: dal celeberrimo bacio tra Salvini e Di Maio a Renzi versione zombie, fino a Meloni in veste di suora e volontaria, tutte rimosse a tempo di record dalle autorità, ma entrate dritte nell’immaginario collettivo. “La strada era la mia rivista satirica settimanale, la mia rilettura delle pasquinate romane”, racconta l’artista. Che nel 2018, anno in cui vinse il Premio Satira Politica (condotto da Serena Dandini) al fianco del suo mito Roberto Benigni, la satira politica italiana trovi asilo su un muro, dice qualcosa di meraviglioso sulla spinta della controcultura, ma anche poco lusinghiero sui posti da cui è stata sfrattata: la televisione ha chiuso quasi tutti gli spazi satirici, i giornali hanno ridotto le vignette, e i social, che sembravano il sostituto naturale, inglobano qualunque voce in un magma informe e precario. Sul muro non c’è un direttore, un inserzionista o un algoritmo, ma la stessa voglia di stuzzicare il potere e far cadere le maschere che muoveva il popolo romano in piazza Pasquino, quando nel Cinquecento si attaccavano frasi e vignette pungenti.
Oggi, però, il linguaggio di TVBOY è cambiato: “Quando la gente ha iniziato a chiedermi ‘quale sarà il prossimo bacio?’, ho capito che il gioco rischiava di diventare troppo prevedibile. Un artista deve stupire il pubblico, ma prima di tutto deve stupire se stesso”.
Così, negli ultimi anni, la protesta si è trasformata in impegno: un milione e mezzo di follower utilizzati per dare voce a cause rilevanti, dipingendo a Buča e Irpin mentre la guerra era ancora in corso, collaborando fianco a fianco con ONG del calibro di Open Arms, CESVI, Emergency, Croce Rossa e Greenpeace. “I miei lavori per strada non sono più miei, sono di tutti. Ho preferito scegliere degli alleati per lanciare messaggi universali su pace, amore e integrazione”. Archetipi che sopravvivono al tempo, come insegna Banksy: “lui cerca sempre di astrarre la questione e trovare l’archetipo universale, che possa parlare all’umanità”.
Il richiamo della strada: amore reale contro odio virtuale
“Sui social ho diversi hater che scrivono ‘il Banksy dell’IKEA’ o ‘il Banksy della domenica’. Ma per strada c’è solo amore: la gente ti ferma, ti ringrazia perché colori la città, ti chiede un autografo. Sui social l’odio è facile perché la gente si nasconde dietro uno schermo; per strada la gente non ha quel ‘coraggio’ ”.
La strada è anche il luogo in cui l’opera d’arte “diventa un’opera collettiva che appartiene alla collettività. Non esiste nell’arte da galleria questo livello di condivisione”. Il suo significato accolto, contestato, negoziato, come a Palermo, dove la gente accendeva candele e omaggiava rose ad una contemporanea Santa Rosalia con le fattezze dell’omonima cantante spagnola, o a Catania, dove la gente pregava sotto l’effigie di una Sant’Agata prosaica e fiera, con lo scudetto della squadra dipinto sul cuore e le minnuzze di zucchero in bella mostra su un vassoio. O ancora quando i passanti completano o reinterpretano i suoi murales con scritte e disegni, modificando i soggetti ritratti al variare delle loro fortune, trattando un pezzo di muro come un diario vivente della contemporaneità. Le opere non sono apprezzate, sono usate: entrano nella grammatica devozionale che in una città come Catania esiste già, edicole votive nei vicoli, ceri, lumini e fiori. Una santa incollata in mezzo al pesce e alle vuciate non interrompe quella pratica, la continua. “Passeggiando per la Pescheria ho visto quel muro: si vedeva da qualunque punto tu ti mettevi”. Sant’Agata l’ha dipinta lì, di notte, in una manciata di minuti, grazie ad una tecnica mista, acrilici su carta preparati in studio, incollati su muro e rifiniti a pennello. “Lo spray mi aiuta a lavorare velocemente, ma per i dettagli ho bisogno dell’acrilico col pennello. Non mi sono mai sentito tout court un graffitaro. Mi sento un artista urbano che usa la strada come sua galleria”.
Il confine tra arte e vandalismo, dice, è sempre stato economico prima che estetico. Le sue opere, quando non era nessuno e dava solo fastidio, venivano cancellate, adesso vengono staccate per metterle all’asta. Gli stessi furti subiti da Banksy, stesso meccanismo di sempre: “è triste che sia il valore economico a fare la differenza”. La street art è contesa come quei brandelli di muro, pezzi di città dai destini alterni, tra proprietari materiali e intellettuali, addetti alle pulizie cui viene assegnato l’arduo compito di decidere cosa è da tenere e cosa da cancellare, e a chi appartenga davvero l’immaginario di un quartiere. Nel dubbio un’imbiancata efficiente mette fine alla stratificazione di significati, sovrasensi, codici e messaggi, di cui per i più fortunati resta una patinata copia da museo, per tutti un palazzo pulito ma senza storia.
Oggi TVBOY continua a disseminare i suoi pezzi per il mondo, e persino a Barcellona, dove abita, la polizia lo riconosce e lo multa lo stesso, “la legge è uguale per tutti, è giusto che sia così”, ma gli chiede anche di scattare un selfie. Quando è da troppo tempo che non mette mano a un muro, sente qualcosa: “c’è il richiamo della strada, come il richiamo della foresta”.
PHONEBOYs
Il ragazzo TV oggi ha un seguito incredibile sui social, che considera uno strumento per veicolare dal basso messaggi a lungo raggio, prendendo le distanze dal consumo passivo: “voi non siete figli della televisione, siete figli dei cellulari e adesso dovete ribellarvi ai cellulari. Lo scrolling infinito mi lascia sempre una sensazione di vuoto e di depressione, perché dico: ma che cosa ho guardato negli ultimi minuti? Non mi ricordo nemmeno”. La piattaforma spinge il messaggio a qualunque fine, in qualunque modo, senza una cura particolare nei confronti di ciò che si sacrifica nel processo di scomposizione, di traduzione, che queste piattaforme impongono. Nella guerra degli slogan, senza regole e senza verticalità, il pensiero è compresso ma deve far rumore, e per far viaggiare un’idea più veloce delle altre si è disposti a sacrificare, anche nobilmente, qualunque cosa, come la secchiata di vernice su un quadro o sulla Scala dei Turchi per il clima: “il fine è buono, ma quando si danneggia, anche simbolicamente, il patrimonio artistico o naturalistico si rompe qualcosa”.
La stessa logica regge la sua posizione sull’Intelligenza Artificiale, che non è tecnofobica ma materialista: “in un mondo dove tutto è digitale e puoi creare un’immagine generata dall’IA in due secondi, il fatto che un’opera esista fisicamente su una parete reale, che tu la possa toccare, le dà un valore immenso. L’artista deve metterci la propria mano: è l’unico modo per trasmettere la propria essenza”. Nel frattempo, ricorda, diversi suoi amici illustratori il lavoro l’hanno perso.
L'opera del cuore? "È sempre l'ultima"
Quando gli si chiede a quale opera sia più legato, TVBOY sorride: “Noi artisti viviamo in un eterno innamoramento e disinnamoramento. L’opera preferita è sempre l’ultima. Però due mi hanno cambiato la vita: quella del bacio tra Messi e Ronaldo a Barcellona, che mi ha lanciato su un palcoscenico internazionale, e il bacio Salvini-Di Maio, che mi ha fatto capire di essere diventato una vera e propria voce politica”.