C’è una differenza profonda tra la street art che cura le città e quella che le infesta. Ci sono luoghi, come Orgosolo in Sardegna, Bristol in Inghilterra o i vicoli colorati di Valparaíso in Cile, dove il colore selvaggio della street art dialoga con lo spazio, ridefinendo i quartieri e restituendo allo sguardo i colori e la vitalità che il cemento ha sottratto alla natura. Ma non tutta l’arte di strada è estetica, non tutta cerca approvazione o la compostezza di una galleria a cielo aperto. C’è anche quella che sporca, imbratta, urla; che, con parole taglienti, prova ad aprire crepe in una quotidianità distratta. O che, più semplicemente, diventa sfogo, rabbia, dedica viscerale.
Pensiamo spesso che scrivere sui muri sia un vizio moderno, una forma di degrado nata con la bomboletta spray. Eppure, se guardiamo alla storia di Pompei, scopriamo che sotto la cenere del Vesuvio sono stati catalogati più di undicimila graffiti, raccolti nel monumentale Corpus Inscriptionum Latinarum. Erano scritte incise di fretta con uno stilo di ferro, con un chiodo, o tracciate col carbone sull’intonaco fresco di vicoli, taverne e case private. Raccontavano esattamente le stesse urgenze di oggi: insulti ai passanti, conti della spesa, calunnie politiche e dichiarazioni d’amore disperate. Il muro è sempre stato la lavagna degli esclusi, lo schermo collettivo su cui proiettare ciò che la voce non può contenere.
Nelle società del passato, questa “scrittura esposta” era l’unico modo per rendere pubblico un sentimento privato al silenzio, per renderlo eterno o semplicemente per farlo esistere agli occhi della comunità. Spesso, queste scritte ci lasciano addosso solo il fastidio visivo di una facciata imbrattata, sporca, da rifare. Altre volte, invece, accade che parole apparentemente banali riescano a costruire veri e propri paesaggi emotivi, evocando sentimenti nel passante e insinuandosi tra le pieghe del quotidiano.
Catania, in questo, è inconfondibile. Se avete passeggiato di recente lungo l’asse barocco di via Garibaldi, se vi siete persi nei flussi di via Vittorio Emanuele o se avete attraversato lo stradone di corso Indipendenza, vi sarete certamente imbattuti in un nome: Minuzzi.
Minuzzi è l’oggetto d’amore, probabilmente non corrisposto, di un anonimo autore che ormai da anni sfoga la propria mancanza attraverso la ripetizione ossessiva di scritte dedicate a lei. Chi si muove dietro questa bomboletta sembra abitare un’ossessione totalizzante. Minuzzi è una donna amata, forse fuggita o semplicemente irraggiungibile, e quest’uomo si ritrova spinto da una forza interiore che somiglia a una condanna a marcare il territorio con il nome di lei. Giorno dopo giorno, notte dopo notte.
Ormai abbiamo imparato a riconoscere anche la sua grafia, a decifrarne i messaggi, e ci siamo perfino un po’ affezionati a questa presenza: perché, se c’è una cosa che a noi esseri umani piace, è la ripetizione. Sapere che quella scritta non è una dedica d’amore qualunque, ma una delle centinaia disseminate in città per Minuzzi, la trasforma in un’anafora da passeggio, un modo per rievocare i sentimenti ardenti di un amore non corrisposto. La ripetizione compulsiva trasforma la strada in un diario pubblico a puntate. Chi vive la città impara a leggere gli “avanzamenti” di Minuzzi, a notare la vernice fresca, a mappare i confini di questa geografia del desiderio e della frustrazione.
Di per sé, la scritta d’amore (o di rancore) sul muro è l’archetipo del cliché. È il grado zero del graffitismo adolescenziale. Ma questa ripetizione compulsiva trasforma una banalità in un topos, diventando cosi un argomento di discussione collettiva.
Anche il nomignolo scelto per l’amata crea un legame viscerale con Catania, richiamando inevitabilmente il sacro della patrona, Sant’Agata, con le sue tradizionali minnuzze e una storia cittadina fatta di amore, martirio e sofferenza. In una città che si nutre di devozione assoluta, di eccessi, di processioni infinite sotto il peso dei cerei e di passioni totalizzanti, l’ossessione per “Minuzzi” finisce per riecheggiare, quasi in modo dissacrante ma perfetto, la stessa dinamica del culto popolare. È una devozione laica, profana e disperata, scritta per non sparire, per costringere il desiderio a restare visibile. Passeggiando per le vie in cui lei è protagonista, diventa quasi impossibile non provare a immaginare questa donna fantasma, non empatizzare con l’autore del gesto o non contemplare la forza quasi spaventosa di un simile sentimento.
Possiamo definire allora “street art” questa invasione sistematica? Probabilmente no, se la misuriamo con i parametri rigidi del canone estetico dominante o con l’idea di un intervento studiato a tavolino per rigenerare lo spazio pubblico attraverso il disegno. Ma se intendiamo l’arte come un dispositivo capace di alterare la percezione dei luoghi, di muovere emozioni, di far porre domande a chi passa e di creare un immaginario comune, allora Minuzzi ha colonizzato la mente di Catania molto più di tanti murales autorizzati ed esteticamente impeccabili.
Ci muoveremo sempre sul filo sottile che separa il romanticismo oscuro dall’incuria, l’espressione viscerale dal danno al patrimonio storico. Ma nel frattempo, tra un incrocio e l’altro, Catania continua a leggere i capitoli di questa sua storia sospesa. Una storia fatta di fumo e bombolette, di una presenza invisibile e di un uomo che, non potendo stringere la sua metà tra le braccia, ha scelto di obbligare un’intera città a posare lo sguardo su di lei.
Forse, dopotutto, la vera street art non è un disegno finito da ammirare, ma una ferita aperta che si rifiuta di guarire, impressa sulla pietra nera per ricordarci che l’amore, proprio come la lava, quando scorre non chiede mai il permesso.
“Quisquis amat, valeat; pereat qui nescit amare…”
(Chiunque ami, stia bene; muoia chi non sa amare, due volte muoia chi vieta d’amare).
Anonimo, Graffito parietale, Pompei, I sec. d.C., in Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL), IV