Giorgio vive per strada e si guadagna da vivere come parcheggiatore abusivo nella piazza in cui abito da quattro anni. Con il tempo abbiamo imparato ad essere amici, lui ha tentato diverse volte di intraprendere un percorso di riabilitazione, finora senza successo. La mattina si sveglia con l’ansia e i brividi al pensiero di un’altra giornata passata a drogarsi, cerca di distrarsi fino all’ora di pranzo, di non farsi trovare da sé stesso e dal desiderio che lo attanaglia. Per adesso si è sempre trovato.
Tra pochi giorni mi verranno a prendere. Tra pochi giorni mi verranno a prendere per arrestarmi e io mentre aspetto, per non farmi trovare, sto scomparendo lentamente. Ho iniziato a scomparire quando sono andato via da casa a diciotto anni, adesso ne ho ventitré. Non sono entrato in una di quelle allegre e caotiche case per studenti, con la cucina in disordine e un coinquilino che viene da un paesino sperduto con una borsa piena di latte di passata di pomodoro. Sono entrato in una comunità di recupero da detenuto, perché sono un tossicodipendente e un ladro, ma non ho mai rubato a un povero, né fatto del male a nessuno che non lo meritasse, fuorché me stesso. Ho iniziato a pippare cocaina a sedici anni, all’epoca frequentavo l’Istituto alberghiero, vivevo a Mascalucia, mia mamma cambiava il pannolone e puliva il culo ai vecchi allettati e mi faceva schifo l’idea che qualcuno dovesse campare facendo questo lavoro, per di più mia madre, che è bella, forte e fiera. La guardavo tornare ogni notte sempre più stanca, entravo a scuola e provavo a diventare come lei, a seguire le istruzioni che mi davano, a portare i piatti in serie sulle braccia, camminando dritto e a passo spedito incontro al mio destino, che mi pareva avesse la forma di una gabbia. La cocaina le pareti di questa gabbia le dilatava, le espandeva all’infinito proiettando la mia intera esistenza in una dimensione di benessere, in cui mi sembrava per una volta di avere il mondo in mano, e anche se non fosse stato vero, non me ne sarebbe fregato molto, perchè ero euforico e mi bastava che fosse mia la notte.
È proprio di notte che mi sono capitate le cose più incredibili, o meglio le ho fatte accadere insieme ai miei banditi, ragazzi a cui piacevano le mie stesse cose, mossi da un unico imperativo: rimediare soldi per pagare un altro giro di giostra. Nei nostri vagabondaggi in quelle stradine deserte e tranquille fino alla nausea, tutte addobbate di villette con giardino e piscina, vedevo ogni tanto qualche tartaruga sonnecchiare come se avesse tutto il tempo del mondo su questa terra, con l’aria raffinata di chi non ha visto altro che lattuga fresca e un prato curato e senza pericoli. Tutta raccolta nel suo guscio verdastro, nella penombra screziata del bordo piscina, mi pareva più un mucchio di banconote con le zampe, e sapevo che in fondo era proprio così, e che forse io e lei meritavamo una bella avventura. Scavalcare quei cancelli più decorativi che difensivi era un gioco da ragazzi, e io e i banditi facevamo incetta di tartarughe viziate e letargiche per venderle a chi era disposto a pagare per amarle. Una volta, in un giardino che non finiva mai, più ci inoltravamo e più le tartarughe diventavano grosse e numerose, erano così tante che camminavamo inciampando e vi assicuro pure di averne incontrata una del giurassico in mezzo al loro, larga e alta più di un metro.
Dopo le tartarughe passammo ai pavoni, ingolositi dal guadagno facile garantito da quelle specie di tacchini che nemmeno potevano volare, con quei ciuffi lunghissimi che si portavano dietro. Pavoni di Mascalucia non ne ho incontrati mai, penserete voi, ma in realtà non lontano dal centro c’è un ristorante bellissimo, con una serra, un vivaio e pure questi pavoni, li sentivo starnazzare impauriti quando qualche cane abbaiava. Trovai presto un compratore e mi decisi ad entrare lì il giorno successivo, quando pensavo che non ci fosse nessuno. Afferrare quei maledetti uccelli e portarli fuori si rivelò più complicato del previsto, perchè erano pesanti ma veloci, scappavano a destra e sinistra urlando come ossessi, fin quando non si accese una luce al piano di sopra e capii che non c‘era più tempo. Agguantai il primo che mi capitò a tiro dalla coda e tirai forte, più e più volte, fin quando non mi rimase in mano quel mazzo di piume gigantesco e il pavone era già lontano, di nuovo in mezzo ai suoi compagni. A quel punto qualcuno era sceso a controllare con una torcia e con un “chi è” gridato a mezza bocca, troppo lontano il cancello e la salvezza della strada. Ma il pavone fa la ruota, e io quella sera diventai pavone, non grosso quanto loro, ma piccolo piccolo accovacciato dietro un ventaglio di piume.
La mattina seguente cinque pavoni malconci presero elegantemente il volo dalla campagna del tipo a cui li avevo venduti nel buio. Chi l’avrebbe mai detto che fossero in grado di staccarsi da terra con tutto quel peso? La cosa mi divertì immensamente, un po’ meno il mio acquirente che, furioso, venne da me sostenendo di essere stato truffato. Per strada non si fanno rimborsi, “buttagli un po’ di cibo e chiamali forte, torneranno di sicuro”, ridevo schivando i suoi tentativi di colpirmi mentre guadagnavo terreno e le sue urla diventavano sempre più lontane.
La cosa più importante che ho venduto non l’ho rubata, è sempre stata mia dalla nascita: la mia identità. Cento euro per truffare in mio nome qualche ingenuo compratore che si aspetta di ricevere una PlayStation o un telefono in condizioni ottimali, come nuovo con cartellino, oppure per aprire un conto in cui fare un buco di un paio di migliaia di euro. Forse è proprio da quel momento che ho incominciato a sparire. Ma un nome è solo un nome, e una faccia, anche se sopra ci sono piantati degli occhi furbi e buoni, è solo una faccia.
Cominciavo a pippare dalla mattina a scuola e nelle cucine sudavo tantissimo, le gocce correvano sulla mia fronte per tuffarsi giù dalle sopracciglia. Il mio insegnante di sala se ne accorse presto e mi chiamò in disparte per dirmi che così non poteva andare, che non era professionale e se avessi continuato così non mi avrebbero preso a lavorare in nessun ristorante. Mi guidò verso un angolo della cucina tra due scaffalature di conserve e mi porse una bottiglietta di plastica: “se te la fumi non sudi e rimani più lucido, nessuno si accorgerà di nulla”. Quel tiro di crack fu la sensazione più bella che avessi mai provato, ogni giorno da quel giorno la cerco, la rincorro, la sogno, sono un uomo innamorato perso.
Mollai la scuola perché non mi interessava più, i guai fecero presto ad accumularsi e divenne perentorio fingere di impegnarsi a scontarli in quella comunità che sapeva tanto di carcere. Mia madre fu categorica: “se scappi da lì, non disturbarti a tornare”. Era necessario trovare un altro modo per uscire da lì.
Non ci impiegai molto a farmi buttare fuori, non ne potevo più di sbattere la testa contro un muro, e poi un altro, e un altro ancora in quei giorni tutti uguali e bugiardi, pieni di buoni propositi che nessuno aveva voglia di rispettare ma che ognuno di noi era obbligato a sbandierare ai quattro venti. È bastato forzare un po’ la frustrazione e la rabbia di cui tutti erano impregnati, spingerla al di là di quella linea di confine in cui siamo persone educate per portarla in quella zona buia, umida e animalesca in cui si percepisce solo l’odore del sangue e se ne vuole sempre di più. Mi sono guadagnato la libertà a forza di pugni, spintoni e calci, come un cane alla catena che morde la mano che gli si para davanti, senza stare troppo a riflettere su cosa gli stia porgendo. E come un cane rabbioso sono stato rispedito in strada, di nuovo libero, di nuovo la notte. Non avevo più intenzione di lasciarla, non aveva più molto senso tornare a casa da mia mamma e vederla sempre più rassegnata, ogni giorno i suoi occhi spenti nei miei accesi di una luce sintetica. Le ho urlato contro, l’ho minacciata, le ho rubato fino all’ultimo centesimo sudato con quel lavoro ingrato che non si meritava, come non meritava me. Uno dei banditi era andato a vivere per strada da un anno, seguirlo fu la logica conseguenza di una decisione che avevo già preso anni prima: se quel mondo non era fatto per me, io non lo volevo, ma forse, da qualche parte, esisteva una vita piccola da poter fare mia, da indossare come una pelle nuova di zecca.