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La cosa più catanese che ho visto tra Beirut e Damasco

Diario di viaggio

Foto Foto di Sergio Attanasio · Testo Testo di Sergio Attanasio 23 Giugno 2026
Apertura

Gli enormi massi al largo di Raouché, a Beirut, risuonano come nasi prorompenti nei faraglioni scagliati da Polifemo di fronte al porticciolo di Acitrezza, così come le colonne romane di Tiro trovano il loro parallelo nel teatro di Taormina.

I.

La cosa che più accomuna la Sicilia orientale alle zone costiere della Siria e del Libano sono i volti delle persone, che riflettono la morfologia e la geologia dei luoghi, tanto costieri quanto dell’entroterra, lungo un asse che va da Beirut a Tiro, da Tripoli a Latakia, da Catania a Messina e dall’Etna alla Val di Noto, e oltre. Labbra, rughe, barbe, tagli degli occhi e la dolcezza degli zigomi accomunano i popoli del Mediterraneo. Questi tratti facciali si manifestano nelle lunghe distese di sabbia, sulle rocce e sui frangiflutti di Sidone, così come tra gli steccati di papiro del Siracusano. Gli enormi massi al largo di Raouché, a Beirut, risuonano come nasi prorompenti nei faraglioni scagliati da Polifemo di fronte al porticciolo di Acitrezza, così come le colonne romane di Tiro trovano il loro parallelo nel teatro di Taormina.

Beirut, Libano – maggio 2021. Una veduta dal basso dei celebri Scogli della Raouché a Beirut, simbolo dell’identità nazionale libanese. Un pescatore è visibile mentre svolge il proprio lavoro.
II.

Spingendosi verso l’interno, i corpi sembrano allungarsi oppure, metaforicamente, è la terra stessa a distendersi verso paesaggi collinari e montuosi, dove sorgono castelli medievali costruiti dagli eserciti cristiani durante le Crociate o torri d’avvistamento erette contro le incursioni dei saraceni in Sicilia, discendenti dell’emirato di Sicilia (Siqilliyya), che governò l’isola dall’827 al 1091 d.C. Ho già visto i volti di alcune di queste persone tra le vie della città vecchia di Damasco e tra gli abitanti delle pendici dell’Etna; ho ritrovato gli stessi lineamenti nei pescatori di San Giovanni Li Cuti e in quelli di Tripoli, nel nord del Libano. Le espressioni di questi volti raccontano sofferenze e rassegnazioni simili, ma anche speranze e meraviglie comuni. Il mare di Beirut è lo stesso che bagna Catania.

Beirut, Libano — marzo 2026. Vita quotidiana nell’area del BIEL (Beirut International Exhibition & Leisure Center) dove numerose famiglie sfollate da varie zone del Libano, a causa dei bombardamenti israeliani, si sono riservate e dove dormono usando tende o casette di fortuna. Qui un ragazzo da un bacio al barbiere dopo il taglio, entrambi sfollati.
III.

Damasco, Catania e Beirut hanno un’origine antica e condivisa. Le loro fondazioni remote e i loro destini risultano talvolta intrecciati, soprattutto nel caso delle due capitali levantine. Le tre città rappresentano una sintesi delle contraddizioni prodotte dalla modernità, comuni a molti luoghi del Mediterraneo. I confini di queste città, da sempre caratterizzate da una forte vocazione commerciale, sono al tempo stesso interni ed esterni: interni, tra i quartieri, i centri storici e le periferie urbane; esterni, tra la campagna e l’hinterland cittadino, e poi ancora tra la provincia e le dimensioni regionali e internazionali.

Damasco, Siria – novembre 2025. Un’auto nuziale che trasporta la sposa ed una parente attraversa le strade di Bab Touma, lo storico quartiere cristiano situato all’interno della Città Vecchia di Damasco. Di grande rilevanza storica e culturale, il quartiere non è stato interessato dagli scontri armati durante la guerra civile siriana.
IV.

La modernità e la società del consumo sfrenato toccano e plasmano queste relazioni con grande impeto, ma in misura diversa. Beirut, con il centro storico livellato durante la guerra civile e ricostruito in modo gelatinoso e vuoto, appare oggi a servizio di minuscoli gruppi di famiglie iperbenestanti o di pochi visitatori provenienti soprattutto dai ricchi regni del Golfo. Catania, città sempre più incastrata nel turismo di massa e nello shopping ostentato e finto, si gentrifica progressivamente, scordando il proprio peccato originario del Sacco e della mafia, onnipresente nella società cittadina ed extracittadina, ieri come oggi. Damasco, illusa di aver preservato intatto il proprio centro storico, a discapito delle meraviglie evaporate ad Aleppo, Homs e Deir ez-Zor, è rimasta espressione del governo centrale di Assad, città che comanda la periferia, come lo era già in passato per secoli, ai tempi del governatore inviato dalla Istanbul ottomana. La moschea omayyade e i souk rimasti integri si contrappongono alle periferie circostanti, così come integre sono le zone governative, residenziali e commerciali ad alto reddito, mentre tutto attorno si aprono paesaggi lunari di distruzione diffusa, mastodontica, a tratti surreale.

Jobar, zona residenziale ed ex area industriale del Ghouta orientale, una delle zone più fertili della città e paradiso decantato da secoli di letteratura, e in realtà a pochi metri da Bab Sharqi, porta orientale e prima sezione delle mura storiche cittadine, è un non-luogo che richiama, per intensità di distruzione, gli effetti del bombardamento atomico di Hiroshima. Come a Jobar, la guerra civile siriana ha lasciato una devastazione immensa nelle ex roccaforti ribelli di Damasco: Yarmouk, Douma, Erbin e Darayya. Questi luoghi, che avrebbero potuto rappresentare la vittoria finale sul regime autoritario degli Assad, sembrano oggi dimenticati dal nuovo governo, impegnato a dare priorità ad hotel, zone residenziali ad alto reddito e investimenti esteri. Città ferite, in misura diversa ma accomunate dalla tragedia; città che hanno sofferto il peso della storia, lo spostamento delle frontiere e i rimescolamenti socio-economici.

Yarmouk, Rif di Damasco, Siria – dicembre 2025. Una veduta della strada principale di Yarmouk, sobborgo meridionale di Damasco nato come campo rifugiati nel 1948 per accogliere gli sfollati palestinesi e gradualmente integrato nel tessuto sociale della città. Durante la guerra civile, l’area è stata assediata per anni dalle forze governative, prima di passare sotto il controllo dell’ISIS per circa due anni.
V.

Passione, maledizione e sofferenza si intrecciano e si legano anche nelle manifestazioni pubbliche. I riti che coinvolgono la folla, sia in Sicilia nel suo insieme che in Libano e Siria, convergono soprattutto in due tipi di eventi: il funerale e la processione religiosa. In questi contesti, lo sguardo fotografico si posa su dinamiche e immagini ricorrenti: nella processione religiosa cattolica siciliana, in cui il santo patrono o il Cristo morto vengono portati attraverso il paese o il rione, così come nei funerali, sia islamici che cristiani, in cui prima gli uomini e poi le donne accompagnano il feretro lungo le strade del villaggio o della città.

Barrafranca, Enna (Italia) – aprile 2025. Un gruppo di uomini trasporta la ‘vara’ del Cristo morto durante le celebrazioni del Venerdì Santo lungo il viale principale della cittadina. Nel farlo, cercano di sostituirsi l’un l’altro nel portare il feretro, anche a costo di pugni, spinte e morsi: uno dei festival religiosi più singolari della Sicilia.
VI.

Se è vero che in Sicilia, nella contemporaneità e soprattutto nelle zone più benestanti delle città, il funerale cattolico ha ridotto la sua teatralità a una ritualità più ordinata e minimalista, le processioni religiose siciliane hanno invece mantenuto intatta la loro sacralità, nonostante i colpi decisi del tempo e del cambiamento. La celebrazione di Sant’Agata rimane un esempio quasi vergine di ritualità collettiva, non troppo distante da ciò che potrebbe apparire — o dalle sensazioni che potrebbe suscitare — la vista di un funerale di un leader politico ucciso in uno scontro a fuoco in Libano. Urla, pianti, donne addolorate e, talvolta, colpi di fucile, nel caso di un guerriero libanese caduto in battaglia.

Scicli, Ragusa (Italia) - maggio 2024. Abitanti di Scicli guardano dai balconi le celebrazioni per la Domenica di Pasqua e l’inizio della processione del ‘U Gioia’, in cui la vara del Cristo esce dalla Chiesa di Santa Maria la Nova e ‘balla’ prima di proseguire per le strade della cittadina.
VII.

 

Così come nelle feste religiose cristiane orientali, a differenza di quelle musulmane — più incentrate sul digiuno, sul tempo trascorso in famiglia, sulla visita ai morti e ai parenti e sulla preghiera (tranne nel caso del pellegrinaggio obbligatorio alla Mecca, che costituisce un poderoso rito collettivo) — anche queste, per certi aspetti, si avvicinano al cristianesimo e ai riti del Mediterraneo cattolico-occidentale. Lo scisma tra Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente fu motivo politico e ad ogni modo, il funerale siciliano è storicamente simile a un rito chiassoso e luttuoso della comunità intera, rurale o cittadina che sia, che accompagna il caro defunto all’interno di un chiaro cosmo simbolico, condiviso in larga parte dalle popolazioni dell’intera regione mediterranea, di qualsiasi etnia e confessione religiosa.

 

L’obiettivo della fotografia, in questo caso, potrebbe consistere nel confondere chi guarda circa il luogo in cui tale immagine sia stata scattata: se a una processione a Scicli, in Sicilia, oppure a un funerale di un ragazzo appartenente a una delle comunità beduine del sud della Siria, morto in un incidente stradale la sera prima. Chi guarda la fotografia non saprebbe con certezza il luogo che la foto ritrae.

Beirut, Libano – novembre 2024. Residenti e passanti del quartiere a maggioranza sunnita di Hamra prestano soccorso a una donna che ha cercato di avvicinarsi al luogo di un incendio causato da un cortocircuito elettrico. Il quartiere era particolarmente affollato a causa dell’accoglienza riservata dai residenti alle persone evacuate da Dahieh (Beirut Sud) e dal sud del Libano durante gli scontri armati tra Israele e Hezbollah dell’autunno 2024.
VIII.

Anche il mare è un elemento condiviso e cruciale, sia come realtà fisica e culturale, sia come oggetto fotografico da scandagliare. Il mare di entrambe le sponde, disordinato nei suoi stabilimenti balneari e confuso nell’andirivieni di bagnanti e turisti, ostacolato da strutture ricettive o villette a schiera, è spesso privatizzato. Eppure, nonostante tali limitazioni, il mare resta sempre e comunque, per sua stessa natura, luogo di rifugio, protezione e familiarità: sia nel caso delle famiglie sfollate dagli attacchi israeliani in Libano, che decidono di piantare le proprie tende o assemblare casette di fortuna sui lungomari, sia come spazio per le passeggiate serali durante il Ramadan o per i sabati pomeriggio delle coppie di innamorati. Un mare che può però diventare anche nemico, quando è costretto a trasformarsi in passaggio obbligato per chi lascia la propria casa per tentare la fortuna nell’emisfero nord-occidentale del mondo.

Aleppo, Siria – dicembre 2025. Un gruppo di bambini gioca lungo il fossato che circonda la Cittadella di Aleppo, trasformando l’area in un parco giochi improvvisato tra le rovine della città storica, segnata da anni di aspri combattimenti durante la guerra civile siriana
IX.

Nel profumo del buon cibo, le città analizzate fin qui appaiono stratificate in diversi quartieri, spesso organizzati secondo una precisa composizione storica, etno-demografica e socio-economica. Ad esempio, in Libano, i lavoratori migranti — in particolare giovani donne impiegate come domestiche nelle case delle famiglie più agiate — vivono nei sobborghi della periferia sud di Beirut, mescolandosi con le fasce più povere della popolazione a Ouzai, Chatila e Burj al-Barajneh. Queste lavoratrici provengono principalmente dal Bangladesh, dalle Filippine, dall’Eritrea e dal Sudan: nazionalità che si ritrovano anche nel Sud Italia, spesso impiegate nelle stesse mansioni o, più frequentemente, in condizioni di sfruttamento, soprattutto nel settore agricolo. In Libano, invece, sono i rifugiati siriani a essere impiegati, sottopagati e senza sosta, nell’agricoltura locale.

 

Le migrazioni spostano gli equilibri, innescano potenziali conflitti e generano forme di coesistenza. Così come nei quartieri popolari catanesi — tra tutti San Cristoforo — si possono osservare, nei vicoli, barbieri africani improvvisati che tagliano i capelli ai clienti, così a Beirut è comune consumare cucina economica yemenita o etiope. Il quartiere di Karantina, ex lazzaretto di Beirut e successivamente campo profughi palestinese, poi teatro di un terribile massacro, ricorda San Berillo per la distruzione e per le ferite ancora aperte, visibili sia negli spazi urbani sia negli spiriti delle persone, tra edifici ridotti a ruderi. Se nel caso di Beirut ciò è avvenuto nel contesto della sanguinosa guerra civile, nel caso di Catania prima il bombardamento alleato, poi la speculazione edilizia hanno sventrato il cuore della città, costruendovi al suo posto un surrogato urbano e finanziario, nel pieno del boom economico italiano degli anni Cinquanta.

Beirut, Libano – ottobre 2024. Un gruppo di lavoratrici migranti di origine africana impegnate con capelli e treccine sono ospitate al The Shelter, ex discoteca, e aiutate da un gruppo di volontari internazionali e libanesi. Questa categorie di lavoratrici è generalmente discriminata e il cui lavoro è regolato dal cosiddetto regime del ‘kafala’.
X.

Damasco, dal canto suo, subì forzate e pesanti trasformazioni del proprio tessuto urbanistico. Nel pieno della spinta baathista e del socialismo panarabo, furono sacrificate aree di grande valore architettonico. In precedenza, le tecniche di demolizione erano già state utilizzate dai francesi durante l’epoca del Mandato, nella repressione dei ribelli nazionalisti negli anni Venti. Successivamente, tali pratiche furono riprese dalle forze di sicurezza del regime di Assad — in particolare dalla cosiddetta Quarta Divisione dell’esercito — che, dopo la “liberazione” dei quartieri durante la guerra civile, procedeva al saccheggio e alla demolizione di case, scuole e ospedali già danneggiati da anni di combattimenti, estendendo le operazioni in profondità nei quartieri ribelli.

 

Beirut, a differenza sia di Damasco che di Catania, può essere definita una città “schiava” o “schiavizzata”, per il suo essere asservita, quasi nella sua totalità, a dinamiche predatorie del tardo-capitalismo. È una città-immagine, sfruttata da compagnie d’investimento, dalla speculazione privata e da logiche di clientelismo cronico. I francesi separarono Beirut e il Monte Libano dalla Siria, contribuendo così a indebolire quest’ultima e interrompendo il rapporto storico tra Damasco e il suo porto naturale, che per secoli ha rappresentato lo sbocco marittimo dell’area damascena. Il Libano appare così isolato, alla mercé del mercato globale, la cui capitale ha prezzi medi che raggiungono quelli di Milano o Parigi.

 

Ma, dal punto di vista geografico, il Libano non ricorda forse l’estensione della Sicilia? Chissà come sarebbe stata la Sicilia se fosse diventata indipendente, come qualcuno aveva auspicato al volgere della Seconda guerra mondiale. Immaginiamo una serie di clan a base familiare, dotati di eserciti privati, candidati in politica ed erogatori di benefici alla propria base territoriale e fideistica. La Sicilia come il Libano: un piccolo Stato indipendente guidato da partiti politici legati a una costellazione di “signori della guerra”, ovvero le famiglie mafiose.

Damasco, Siria - dicembre 2025. Un gruppo di accademici e di figure legate al mondo universitario siriano festeggiano durante le celebrazioni per il primo anniversario della caduta del regime di Bashar al-Assad a Piazza degli Omayyadi, uno degli epicentri a Damasco delle proteste anti-governative del 2011.
XI.

Beirut, la città senza elettricità, senza fognature, senza acqua, se non quella salmastra proveniente dal mare; la città ferita dalla guerra per oltre un decennio e ricostruita in ancora meno tempo. Il downtown, o centro della città, dove un tempo il souk raggiungeva la sua massima estensione — un miscuglio di genti, suoni, odori e provenienze — ha lasciato spazio alla desolazione patinata dei negozi di Gucci o Louis Vuitton, spesso vuoti e privi di clienti. È una ricostruzione che ha rimosso il passato, occultando e in parte cancellando ciò che per secoli era stato uno dei luoghi più vivaci e stratificati del Mediterraneo: armeni, greci, arabi, ebrei, musulmani sciiti e sunniti, drusi, cristiani di ogni appartenenza – senza dimenticare i rifugiati palestinesi del 1948. 

 

Dal 1975, il primo anno di quella che sarà la guerra civile libanese, Beirut non ha più un souk nel suo senso originario: al suo posto una chiesa e una moschea sunnita, costruite l’una accanto all’altra, nate dal nulla per simboleggiare una riconciliazione nazionale tanto auspicata quanto problematica, ma anche l’ipocrisia che accompagna una ricostruzione guidata dalla fretta dei fondi d’investimento e dei petrodollari. Molti luoghi della Siria — caso emblematico la città vecchia di Aleppo — rischiano tutt’ora di seguire lo stesso destino.

 

Stato e anti-Stato, governi e auto-governo, comunità identitarie e territori privi di confini politicamente prestabiliti. Se da un lato l’idea di Stato nasce nell’antica Grecia, intesa come forma di organizzazione in cui i cittadini si impegnano collettivamente nella gestione del vivere quotidiano, la sua forma moderna è il risultato di una formazione graduale, positivistica ed illuministica, che si è consolidata nell’Europa occidentale e successivamente nel Nord America, dal Rinascimento in poi. Con diversa intensità, le popolazioni che vivono sulle sponde del Mediterraneo hanno spesso resistito all’imposizione di strutture statuali calate dall’alto, da governi e istituzioni; permane un certo sospetto nei confronti di ciò che si presenta come esterno e che pretende di orientare dall’alto la gestione dei beni comuni, delle relazioni sociali e dei rapporti di potere. Ovunque si sia affermata, l’entità statale ha dovuto imporsi su culture abituate per secoli a forme di auto-organizzazione: in Sicilia, come in Libano e in Siria, millenni di civiltà hanno dovuto in parte rinnegarsi a favore di modelli che promuovevano idee di progresso, benessere economico, iniziativa privata e logiche di produzione e consumo. Mafia, governi autoritari, stagioni repressive, partiti politici armati e strutture di potere: le disfunzioni della modernità continuano ancora oggi ad influenzare negativamente le cosiddette “periferie” d’Europa.

Maaloula, Rif di Damasco, Siria – settembre 2025. Membri delle comunità cristiane di Maaloula si preparano alla fase successiva delle celebrazioni della Santa Croce dopo aver raccolto pneumatici di camion e automobili. La Festa della Santa Croce a Maaloula, celebrata ogni anno il 13 settembre in questo villaggio incastonato nei monti Qalamoun, è una delle manifestazioni cristiane più suggestive dell’intero bacino del Mediterraneo. Quest’anno le celebrazioni sono state ridimensionate in termini di partecipazione a causa delle diffuse paure di possibili attacchi da parte dell’ISIS.
XII.

La fotografia interviene per alleviare i traumi storici e collettivi? L’arte e la fotografia, che nel tempo si fanno testimonianza e documento, possiedono il potere di raccontare il vissuto al di fuori della retorica del potere ufficiale? Nel mostrare ai siciliani d’oggi le celebrazioni e i riti islamici dell’Eid al-Adha (la festa del sacrificio), alcuni potrebbero sorprendersi nel vedere come i fedeli acquistino una pecora per famiglia e la sacrifichino, facendo scorrere il sangue — come previsto dal rito — sul ciglio della strada, davanti al resto del quartiere. Una scena pubblica che potrebbe suscitare sconcerto, ma che, a ben vedere, si inserisce in una più ampia tradizione di sacrificio che attraversa anche altre religioni: nella Pasqua ebraica è presente il sacrificio dell’agnello e, nel cristianesimo, Gesù stesso diventa l’agnello sacrificale, offerto agli uomini da Dio. In questo senso, il siciliano potrebbe non riconoscere pienamente tali pratiche e faticherebbe a comprendere il significato del sacrificio nel mondo musulmano, sulla sponda orientale del Mediterraneo.

 

Al contrario, siciliani, libanesi e siriani non si sorprenderebbero nel sentirsi dire che la fotografia di un uomo che beve una bevanda al tamarindo potrebbe essere stata scattata nei loro rispettivi paesi. Allo stesso modo, non si meraviglierebbero nel vedere una fotografia che ritrae tre o quattro persone in sella a un motorino omologato per due passeggeri. O ancora, sul piano musicale, nell’ascoltare brani che, pur essendo cantati in arabo, richiamano l’armonia e il lamento agrodolce della musica neomelodica italiana, così diffusa nel Meridione e così apprezzata dai siciliani. In maniera analoga, le passeggiate serali e i giochi adolescenziali nel caldo torrido estivo sono immagini condivise lungo tutti i lungomari (o corniches, dal francese, come vengono comunemente chiamati nei paesi dell’ex Mandato francese).

 

Infatti, se dovessi portare qualcuno che ho conosciuto in Siria o in Libano — anche solo mentalmente — sulla sponda orientale della Sicilia, lo condurrei, oltre che al comune mare, a un chiosco, dove l’ospite straniero potrebbe ritrovare la bevanda al tamarindo, alla menta o all’arancia. Così come la pianta di tamarindo, termine che deriva dall’arabo tamr hindi (“dattero dell’India”), fu importata dagli arabi in Sicilia, allo stesso modo i limoni, le arance, il mandorlo e il pistacchio, un tempo estranei all’isola, sono oggi parte integrante della sua gastronomia. Allo stesso modo, la granita — realizzata a partire dall’idea del sorbetto (in arabo sharbat) — ha origini arabo-islamiche. Avrei delle titubanze a portare il visitatore, sempre che il mio obiettivo fosse farlo sentire a casa sua, nella grande Piazza Carlo Alberto di Catania, che ospita il quotidiano mercato o ‘Fiera’ (la Fera o’ Luni, fiera del lunedì), o al mercato del pesce, situato in uno slargo più raccolto, vicino al mare, e privo anch’esso dei vicoli stretti e labirintici e delle tettoie tipiche dei souk arabi.

Catania - febbraio 2024. Una veduta della Chiesa della Madonna del Carmelo circondata dalla folla a Piazza Carlo Alberto durante la processione di Sant’Agata del 4 febbraio. La chiesetta è una delle più antiche di Catania e luogo importante durante la vita della santa.
XIII.

Avrei, in modo quasi inconscio, il timore di vedere il visitatore spaesato in quella confusione che si estende sull’intera superficie della piazza, priva delle limitazioni urbanistiche e delle logiche ordinatrici e commerciali del souk. In esso, infatti, ognuno sa dove si trovi la sezione delle spezie o il lato del souk delle stoffe e quello delle carni. I mercati del Mediterraneo occidentale e cristiano tendono invece a generalizzare e a delimitare in modo più netto i confini del mercato rispetto agli spazi abitativi dei cittadini. Nel mondo arabo, invece, il souk è parte stesso delle vie cittadine e al disopra delle botteghe di esso vi sono unità abitative.

 

Allo stesso modo, non porterei il visitatore subito ad assaggiare la carne equina, così ben nota nel catanese ma raramente consumata in altri luoghi del mondo. Certo, se il visitatore fosse curioso del sapore, accetterei, ma come spiegare tale consuetudine a chi, nella propria cultura, ha sempre visto il cavallo come l’animale più nobile, fedele compagno d’armi e degno del più grande eroe della storiografia militare islamica: Saladino, che, a differenza dei crociati, quando riconquistò Gerusalemme e gran parte della Terra Santa, non mise in atto uccisioni di massa contro i “non credenti” ma invece aprì una lunga stagione di tolleranza religiosa. Saladino è ancora ricordato come eroe per antonomasia nel mondo arabo (anche se originario di una tribù curda), inseparabile dal suo cavallo e dai suoi cavalieri. 

 

Curiosamente, la carne di cammello — animale anch’esso impiegato per secoli come mezzo di trasporto, ma anche in contesti bellici — si ritrova nei menu della cucina araba. Camminando lungo il margine meridionale della città vecchia di Damasco, in una via tortuosa del souk Al Amin, si possono notare, fuori da alcune piccole botteghe, teste e colli di cammello appesi a ganci ed esposti in bella vista, a segnalare la vendita e l’arrosto in loco della suddetta carne. Una scena che, sia per morfologia urbana sia per valore simbolico, ricorda i ristoranti di carne di cavallo di via Plebiscito a Catania. Questa è forse la cosa più “catanese” che ho ritrovato tra Siria e Libano.

Beirut, Libano – novembre 2024. Tre giovani percorrono in scooter la strada verso Dahieh, periferia meridionale di Beirut e presunta roccaforte di Hezbollah, colpita da attacchi aerei israeliani durante l’escalation armata dell’autunno 2024.