E se ti dicessi che a Catania la carne di cavallo è un modo di esistere?

Se allarghiamo lo sguardo all’antropologia, in alcune culture sciamaniche e animiste il cibo non è solo nutrimento: mangiare significa incorporare le qualità dell’essere consumato, far proprie il suo coraggio, la sua forza, la sua intelligenza.

E allora forse noi catanesi ci nutriamo di cavallo perché, senza dircelo, ne desideriamo l’essenza. Non quella fiabesca dei cavalieri, ma quella concreta e nervosa, che sa di dolce e di agro: la capacità di stringere i denti, di alzare la testa quando il vento è contrario, di correre anche quando il cuore chiede tregua.

Per noi il cavallo è slancio e resistenza. È un animale che rimbomba come un tuono: spinto oltre il limite per necessità, per inseguire una libertà che, almeno qui al Sud, resta sempre un passo più in là. È da questa immagine, dalla corsa come unico monito possibile, che nasce il modo in cui molti di noi hanno imparato a raccontarlo.

Mi piace citare una canzone del rinomato rapper catanese L’Elfo, che ha costruito un immaginario canoro identitario nella scena underground, usando il cavallo come metafora d’evasione dai contesti difficili. È un invito a galoppare verso quella libertà che, in certi contesti, sembra l’unico modo per respirare.

L’Elfo lo dice in dialetto, con un’immagine diretta: “Cavadd’i cussa galoppa nda via picchì si nun curri finisci a putia”, cioè «cavallo da corsa, galoppa nella via: perché se non corri finisci in macelleria». E, subito dopo, spinge ancora più in là l’identificazione con l’animale: “Quannu mi viri ca manciu ‘n cavaddu, viri ‘n cavaddu ca mancia ‘n cavaddu”, «quando mi vedi mangiare cavallo, stai vedendo un cavallo che mangia un cavallo».

Un cavallo che resiste contro uno che soccombe. Mangiarlo diventa appropriarsi di quella resistenza. Così la carne di cavallo diventa un rito identitario, un gesto ripetuto per dire chi siamo e da dove veniamo. Ma non è tutto oro quel che luccica, nemmeno quando fa rumore di zoccoli.

Il cavallo, a Catania, purtroppo è anche il protagonista muto di una deriva più scura: quella delle gare clandestine. Corse illegali che si consumano all’alba, negli stradoni di periferia, quando la città dorme. È una pratica sommersa, dura a morire, che alimenta forme di inciviltà ormai croniche.

Tra doping sugli animali, scommesse e raduni di motociclisti attorno alle corse, è sicuramente qualcosa che non vorremmo vedere in una città come la nostra. Eppure esiste. Esistono i box clandestini, nascosti dentro i quartieri: animali rinchiusi in spazi poco salubri, spesso privi delle cure necessarie al loro benessere, trattenuti lì, incattiviti, al solo scopo di battere il cavallo del quartiere rivale. Li vediamo spesso in mezzo alla città, con fantini di tutte le età, a passeggiare e bloccare il traffico, per tenere i muscoli allenati.

E poi? Che fine fanno quando si infortunano? E quando si ammalano? Quando non possono più correre?

Ed è qui che il racconto si aggancia all’altra faccia della carne: quella non tracciata, che a volte arriva sui banchi di certe macellerie di quartiere come se fosse normale, come se non ci fosse un “prima” fatto di percorso e controlli.

In Italia, alla nascita, ogni cavallo viene registrato come DPA (destinato alla produzione alimentare) oppure come non DPA. I cavalli non DPA sono esclusi per tutta la vita dalla filiera alimentare e possono quindi essere sottoposti a farmaci che, per gli animali destinati al consumo umano, sarebbero vietati.

In teoria questo sistema serve a proteggere il consumatore, ma troppo spesso capita che animali non destinati alla macellazione finiscano comunque sulle nostre tavole, come dimostrano i numerosi sequestri di carne non tracciata effettuati dai NAS in trattorie e macellerie catanesi e di provincia negli ultimi anni.

Forse è anche da questa zona grigia, tra passione e illegalità, che nasce il pretesto politico di una proposta di legge bipartisan (inizio 2026) che punta a vietare la macellazione dei cavalli e a riconoscerli come animali d’affezione, togliendo di fatto la carne equina dal commercio.

Ma è un’invettiva contro Catania? No, non siamo gli unici a consumarla: in Lombardia e in Puglia, ad esempio, la carne di cavallo è molto diffusa e apprezzata. Ma perché oggi vogliono togliercela?

Se l’obiettivo è elevare il livello etico della produzione alimentare, allora l’attenzione dovrebbe andare al miglioramento delle condizioni di allevamento e degli standard di controllo per tutte le specie, non alla proibizione selettiva di una sola categoria animale.

La questione centrale non è se il cavallo debba essere escluso a priori dalla tavola, ma se il sistema agroalimentare debba evolvere verso criteri più elevati e coerenti, capaci di coniugare etica, sostenibilità e responsabilità collettiva. E proprio perché il cavallo è un simbolo, non regge scorciatoie: ridurre tutto a un sì o no morale suona falso e, soprattutto, comodo, perché sposta l’attenzione dal punto decisivo. Il punto non è l’animale in astratto, ma la filiera concreta che lo porta nel piatto.

Ed ecco la contraddizione, netta e innegabile: un simbolo percepito come locale e identitario oggi dipende da filiere in larga parte d’importazione. Oggi circa l’80% della carne equina consumata arriva dall’estero.

Nel 2024, secondo BDN e report di settore, l’Italia ha importato oltre 25.000 tonnellate e ha macellato anche animali importati vivi (oltre 10.000 capi) da Francia e Polonia.

Negli USA i cavalli non rientrano nella filiera alimentare come in Europa, quindi possono ricevere farmaci senza una tracciabilità pensata per la macellazione. Eppure parte di quella carne, direttamente o via Canada e Messico, finisce comunque in Europa, Italia compresa.

Se la carne di cavallo è un rito identitario, allora il primo gesto di rispetto verso quel rito è pretendere trasparenza: sapere da dove arriva, come viene controllata la carne, chi garantisce, quali sono le pratiche tollerate e quali no. E capire anche se possono esistere possibilità di trasformazione del territorio grazie a un gusto.

In un’ottica moderna di sostenibilità, l’allevamento equino può inserirsi in modelli di economia circolare e agroecologia, valorizzando pascoli marginali non destinabili ad altre produzioni e contribuendo alla resilienza degli ecosistemi rurali e sociali.

Oggi, in Sicilia, la disoccupazione giovanile resta alta e una quota rilevante di under 30 non studia e non lavora, segno di un terreno fragile ma anche di un potenziale enorme se si riescono a costruire filiere locali credibili. Nel frattempo, lungo le filiere agroalimentari e della trasformazione manca ricambio generazionale: aziende agricole e laboratori artigiani faticano a trovare manodopera qualificata, tecnici, addetti alla lavorazione e alla logistica.

In un’epoca di instabilità geopolitica e shock di prezzo su energia e materie prime, accorciare le filiere e produrre in prossimità può diventare un progetto di resilienza territoriale: significa creare occupazione locale, ridurre dipendenze esterne, rendere più tracciabile ciò che mangiamo e trasformare un consumo identitario in un’economia più solida e verificabile.

Catania non ha bisogno che qualcuno da fuori le spieghi cosa deve desiderare. Ma Catania, come tutte le città, ha bisogno di imparare a difendere i propri simboli, facendoli diventare opportunità, senza trasformarli in alibi.

Il cavallo è stato sempre un compagno fedele dell’uomo, accompagnandolo nei lunghi viaggi, nelle battaglie più dure, sempre pronto a vestire i colori della squadra del padrone senza tradirlo mai. Forse però, stavolta, a tradirlo siamo stati noi.