C’è un incantesimo potentissimo che lega il catanese al cavallo. Non è una storia romantica di battaglie e cavalieri, di scontri, potere e conquiste. È piuttosto un sortilegio che colpisce allo stomaco e rimbalza fino al cuore. Un innamoramento che è sia fumo che arrosto, vapori eterei che invadono le vie della città, gusto che inebria il palato e allieta le viscere di noi schiavi amanti.
Pensare Catania senza carne di cavallo sarebbe come rimuovere U Liotru da Piazza Duomo
Sembra infatti, nell’opinione comune, che non sia mai esistito un catanese senza il panino col cavallo grondante di salmoriglio, o che nessuno possa dirsi davvero catanese se non ama, senza riserve, quella carne. Certo, detta così, si finirebbe per escludere figure centrali della cultura catanese come Franco Battiato, che sappiamo essere stato vegetariano. E non è affatto questa l’intenzione. Qui non vogliamo stilare patenti d’appartenenza, ma raccontare una forza reale della città: la cultura dell’arrusti e mangia.
Assurdo a pensarci, eppure l’immaginario collettivo ha ridefinito il tempo, colonizzando di gusto persino il passato. A contaminare il discorso e a rafforzare questo incrocio fra storia e mito contribuisce un ritrovamento recente nell’area del monte Polizzello, in Sicilia. Su alcune ceramiche da cucina usate in rituali collettivi sono rimasti residui organici e le analisi hanno individuato una proteina del sangue equino, indizio di consumo di carne di cavallo già nell’Età del Bronzo. Pratica che forse aveva un valore identitario e un significato di buon auspicio per le antiche comunità locali.
Ma è stato sempre così? È dall’età del bronzo che portiamo avanti questa tradizione?
Se si guarda con attenzione alla storia, l’idea di una “tradizione” lineare rischia di essere fuorviante, perché non esiste una narrazione continua e condivisa che leghi l’animale a un consumo rituale in tutte le culture che hanno abitato questi luoghi.
È vero, però, che nelle società preindustriali, dai Greci fino ad arrivare ai Borboni, quasi ogni animale inserito nella vita quotidiana poteva finire, prima o poi, anche in tavola. In un mondo segnato da imprevedibilità, carestie e guerre, con approvvigionamenti incerti e spesso insufficienti, la necessità aveva più peso del gusto. In quelle condizioni estreme, il bisogno poteva rendere “commestibile” qualsiasi animale inserito nella vita quotidiana, compresi quelli che oggi collochiamo nella sfera dell’affezione.
Più verosimilmente, cavalli e asini erano soprattutto una risorsa di lavoro: spostamenti, trazione, campi. Ed è plausibile che, a fine vita o in momenti di carestia e guerra, venissero anche macellati e consumati. Non perché esistesse un rito stabile e condiviso, ma perché la carne era rara e, in un’economia dell’incertezza ben lontana dal paradosso dell’abbondanza odierno, buttare via una fonte di proteine sarebbe apparso uno spreco imperdonabile.
Cos’è successo, allora? Come siamo arrivati a codificare questo gusto, fino a farne un segno identitario?
E, soprattutto, quando e perché l’abitudine si è trasformata in ossessione?
Nel secondo dopoguerra, dopo anni di carenza e razionamento, con la ripresa economica aumenta anche il consumo procapite di carne. In filiere ancora poco rodate e con controlli fragili, non era raro che la carne di cavallo venisse venduta come vitello: la scarsità e la debolezza della vigilanza rendevano più facili frodi e sostituzioni tra carni.
Il cavallo costava meno, perché era considerato carne di recupero e, in un mercato affamato e poco regolato, lo scambio “conveniente” poteva persino passare inosservato. Un illecito che, col tempo, forse anche per l’istituzione dei NAS (Nuclei Antisofisticazioni e Sanità) nel ’62, si è normalizzato. Con le prime macellerie equine dichiarate, l’illecito smette di essere eccezione e diventa pratica: si sedimenta, si ripete, si normalizza.
A forza di presenza quotidiana finisce per confondersi con l’abitudine e, da lì, con l’identità. Non è difficile capirne il motivo: in una città provata e in un Mezzogiorno spesso marginalizzato, quella carne più economica rispondeva a un bisogno concreto, diventando accessibile (e quindi desiderabile) anche per le fasce meno abbienti. Del resto, per molto tempo la carne di cavallo è stata percepita come “povera”, pur essendo, dal punto di vista nutrizionale, un alimento ricco di proteine ad alto valore biologico, ferro e vitamine del gruppo B.
È così che è nato un sentimento collettivo: una devozione, un rito, un legame con una carne che a molti fa storcere il naso, per ragioni etiche o simboliche, e che a molti altri invece attrae e conquista. Il primo macellaio che uscì allo scoperto, trasformando ciò che prima era una frode in un’opportunità, non si limitò a intuire un canale di mercato promettente. Fu, forse, abbastanza abile da convertire un bisogno in abitudine, fino a far credere a molti catanesi che senza quella carne mancasse qualcosa di essenziale. Del resto, a Catania siamo sempre stati i re del marketing, anche quando questa parola non era ancora d’uso comune.
Ed è forse qui che il discorso smette di essere solo economico e diventa simbolico: perché un cibo non resta in vita per decenni soltanto perché costa poco o perché “si è sempre fatto”, ma perché riesce a raccontare qualcosa di chi lo mangia, perché ne costruisce un’identità.