Nel 1989 Kimberlé Crenshaw ha coniato il termine «intersezionalità» per descrivere come le nostre identità sociali, la nostra etnia, il genere, la classe, si combinano producendo forme di oppressione nuove. In poche parole, una donna, che è anche tossicodipendente, incontrerà più difficoltà, pregiudizi, sarà più discriminata di un uomo tossicodipendente. Applicato al caso di Elisabeta, il quadro è chiaro:

Essere donna in condizioni di marginalità significa essere esposta a livelli di violenza fisica e sessuale altissimi, con denunce rare per paura di conseguenze legali o per sfiducia nelle istituzioni.

Essere migrante comunitaria, romena, quindi formalmente europea, significa cadere in una zona grigia: non abbastanza straniera per i circuiti dell’accoglienza, non abbastanza inserita per accedere alle tutele dei cittadini. 

Essere dipendente da crack in un sistema proibizionista significa essere criminalizzata invece che curata, resa più invisibile invece che più raggiungibile. 

Essere sex worker in un paese dove il lavoro sessuale è legale ma privo di tutele significa operare in condizioni di negoziazione pressoché nulle. 

Essere senzatetto significa che nessuno si accorge della tua assenza.

E alla fine del giorno, se sei un insieme di tutto questo, non importa a nessuno del resto di te. 

Judith Butler ha chiamato «grievable lives», le vite degne di lutto, quelle che la società riconosce come meritevoli di attenzione, di indagine, di dolore pubblico. La domanda che dobbiamo farci è: perchè la vita di Elisabeta non è degna di lutto? La società in cui siamo immersi, che mette a profitto le nostre esistenze, ci tutela come il fattore tutela la gallina prodiga di uova e uccide gli improduttivi pulcini maschi. Elisabeta è finita nel tritacarne perché era una vita che non produceva valore, non produceva dati, non produceva profitto. 

Cosa si può fare: integrare senza cancellare

La domanda più urgente non è solo «chi ha ucciso Elisabeta Boldijar». È: come si evita che accada di nuovo? Come si integra questa fetta di catanesi nella città senza distruggerla, senza cancellarla, senza trasformare l’intervento in un nuovo atto di espulsione?

Il modello proibizionista che criminalizza il consumo di droghe si è dimostrato inefficace e produce isolamento. Quello che dovremmo garantire ai tossicodipendenti è una riduzione del danno proveniente dal consumo di droghe, che spesso si compie senza materiale sterile e senza coscienza del reale contenuto delle buste. L’unico approccio che raggiunge chi non si avvicinerà mai spontaneamente ai servizi formali è finanziare e valorizzare quelle organizzazioni credibili perché realmente utili a garantire una forma di accompagnamento non giudicante e presidi medici nei luoghi in cui le persone già si trovano. In Svizzera, in Portogallo, in Olanda questo modello ha ridotto drasticamente i decessi da overdose. In Italia è ancora considerato scomodo. 

Il limbo giuridico del lavoro sessuale in Italia produce le condizioni peggiori: chi vende sesso non può denunciare le violenze subite senza rischiare conseguenze. Costruire un sistema di protezione, non moralizzante, non finalizzato alla «redenzione», ma pratico e rispettoso dell’autonomia delle persone, significherebbe ridurre l’impunità di chi violenta, e dare a donne come Elisabeta uno strumento in più per sopravvivere.

Incredibilmente ci risulta più comodo isolare queste persone lasciarle a sé stesse, ghettizzarle: ci prendiamo cura degli altri solo finché le loro scelte sono per noi condivisibili o tentiamo di fare il meglio che possiamo anche quando non le comprendiamo appieno? La malattia, le violenze, la morte sono il prezzo da pagare, la giusta punizione per una vita che segue altri ritmi, che percorre altri spazi?

E poi, abbiamo idea di quante siano le persone in condizioni simili che vivono nell’area del porto, negli edifici abbandonati di San Berillo, sotto i portici di Corso Sicilia, nella zona della Stazione? Esiste un monitoraggio attivo di queste persone? 

Un modello già consolidato all’estero propone di mettere a disposizione dei senzatetto innanzitutto un posto sicuro in cui abitare, per poi affrontare le altre problematiche legate alla marginalità. La stabilità abitativa, il diritto ad avere una casa, non è la ricompensa per chi si è “ripreso”, ma la condizione necessaria per potersi riprendere.

Catania, con il suo patrimonio di edifici pubblici inutilizzati, a partire dall’ex Consorzio agrario, passando per l’ex centro commerciale di Vulcania, le macerie di quella che è stata la Palestra LUPO, fino ad arrivare alle baracche di San Berillo, avrebbe gli strumenti per sperimentarlo. Manca la volontà politica. 

E, come abbiamo detto, i vuoti in città non rimangono tali a lungo, ma vengono riempiti in fretta da qualcosa che agisce nell’ombra. La criminalità organizzata ha capito prima dello Stato che quegli edifici abbandonati sono un capitale, e li ha investiti a modo suo. Lo Stato li ha semplicemente lasciati.

Johan Galtung distingue tra violenza diretta, quella di un soggetto nei confronti di un altro, e violenza strutturale: quella prodotta da strutture sociali che impediscono ad alcune persone di soddisfare i propri bisogni fondamentali. La seconda non ha un volto, non si porta in tribunale, ma uccide con la stessa efficacia perché è la stessa  che Achille Mbembe chiama «necropolitica»: il potere che si esercita non decidendo chi vive, ma decidendo chi può essere lasciato morire. Non possiamo continuare a far morire persone, idee, spazi di incontro e di cura, abbiamo il dovere di far convergere i nostri sforzi verso posti che tutti noi possiamo chiamare casa e verso chi ha in mano carte meno fortunate delle nostre. 

Non tutto è da abbattere e ricostruire da zero: ci sono associazioni che operano in maniera informale in queste zone e svolgono un lavoro di prossimità che nessuna istituzione formale riesce a compiere, seppure con risorse insufficienti, su base volontaria, senza continuità garantita. Finanziare stabilmente questo lavoro non è assistenzialismo: è riconoscere che la cura della marginalità è un servizio pubblico essenziale, come l’asfalto o i semafori.

Useremo lo spazio di questa rivista per condividere con voi queste realtà  e tenteremo, con il vostro aiuto, di trovare dei modi per massimizzare il lavoro di tutti e soprattutto fare in modo che nessuno debba più agire da solo. 

Il nostro primo atto politico è riconoscere la gente della notte: non come problema, non come oggetto di intervento, ma come soggetto con cui costruire soluzioni. È parte di questa città, la parte che non vogliamo vedere forse, ma che abita gli stessi metri quadri, respira la stessa aria del porto, non ha casa ma dorme circondata dal maestoso barocco del centro.

 

 

 

 

 

Per approfondire

Teoria intersezionale e femminismo

  1. Crenshaw, Kimberlé (1989). «Demarginalizing the Intersection of Race and Sex». University of Chicago Legal Forum, 1989(1).
  2. Crenshaw, Kimberlé (1991). «Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics, and Violence against Women of Color». Stanford Law Review, 43(6), 1241–1299.
  3. Hill Collins, Patricia (2000). Black Feminist Thought. New York: Routledge.
  4. Lorde, Audre (1984). Sister Outsider. New York: Crossing Press.
  5. Butler, Judith (2009). Frames of War: When Is Life Grievable? London: Verso.
  6. hooks, bell (1984). Feminist Theory: From Margin to Center. Boston: South End Press.

Violenza strutturale, marginalità, disaffiliazione

  1. Galtung, Johan (1969). «Violence, Peace, and Peace Research». Journal of Peace Research, 6(3), 167–191.
  2. Mbembe, Achille (2003). «Necropolitics». Public Culture, 15(1), 11–40.
  3. Castel, Robert (1995). Les métamorphoses de la question sociale. Paris: Fayard. [Ed. it.: Le metamorfosi della questione sociale. Avellino: Sellino, 2007.]
  4. Wacquant, Loic (2009). Punishing the Poor: The Neoliberal Government of Social Insecurity. Durham: Duke University Press.
  5. Farmer, Paul (2004). «An Anthropology of Structural Violence». Current Anthropology, 45(3), 305–325.

Housing, dipendenze, riduzione del danno

  1. Tsemberis, S., Gulcur, L. & Padak, M. (2004). «Housing First, Consumer Choice, and Harm Reduction for Homeless Individuals with a Dual Diagnosis». American Journal of Public Health, 94(4).
  2. Ministero della Salute (2025). Dipartimento Politiche Antidroga. Relazione al Parlamento sulle tossicodipendenze.
  3.  Pitch, Tamar (2008). Un diritto per due. Milano: Il Saggiatore.