Ogni sguardo è una presa di posizione. Ogni foto è una scelta. Ogni racconto è un taglio netto tra ciò che merita di esistere e ciò che può essere ignorato.
Quando dici “è tutto così caotico, però è bellissimo”, stai facendo esattamente questo. Stai trasformando una condizione in estetica. Stai prendendo qualcosa che per qualcuno è fatica, necessità, persino disagio, e lo stai rendendo godibile.
È una forma di violenza, di conquista di qualcosa che non ti appartiene.
Decolonizzare Catania significa smettere di fingere che questo sia innocuo. Significa riconoscere che il problema non è solo economico o urbano. È simbolico. È nello sguardo. È nel modo in cui alcune vite diventano visibili e altre no.
Perché la città che racconti non è mai la città intera. È quella che puoi digerire.
Non vedrai mai il vecchio che pulisce il marciapiede ogni mattina senza che nessuno glielo chieda, con la schiena storta e una rabbia giusta. Non vedrai chi si organizza per tirare avanti in un sistema che non funziona. Non vedrai chi resta fuori da tutto, chi abita una città diversa da quella che conosci tu.
Vedrai quello che conferma ciò che già immaginavi, che volevi vedere. Il resto è rumore di fondo, è incoerenza, fastidio.
Eppure è proprio lì che la città esiste davvero. Non nei monumenti, non nelle guide, non nelle esperienze curate, ma negli usi impropri, negli adattamenti, nelle soluzioni inventate.
Una sedia in strada non è folklore. È spazio che manca.
Un cortile pieno di vita non è pittoresco. È necessità.
Un edificio occupato non è una storia curiosa. È un conflitto aperto.
I quartieri di Catania, come i quartieri di tutti i Sud del mondo, non sono safari umani da visitare per un contatto adrenalinico con un’umanità selvaggia perchè non conforme alle norme del continente. Sono intere comunità dimenticate dalle istituzioni.
Queste cose disturbano perchè non si vendono bene. Allora si levigano, si addolciscono, si trasformano in racconto. E così Catania diventa leggibile e quindi consumabile.
Decolonizzare significa rompere questa leggibilità. Accettare che una città possa restare opaca, scomoda, anche respingente. Che non tutto sia per te. Che non tutto sia accessibile.
Significa anche una cosa più semplice e più difficile: fare un passo indietro.
Restare. Guardare. Non appropriarsi. Essere girovaghi prima che turisti, bighellonare per le città e non visitarle con la vuota efficienza di un bus che ti porta saltellando da un luogo di interesse all’altro. Perché il punto non è diventare “più consapevoli”: il punto è rinunciare a una parte del proprio potere. Quello di definire, spiegare, raccontare per primi.
Catania non è un oggetto culturale. Non è un caso studio. Non è un brand.
È un luogo attraversato da tensioni reali: chi decide, chi paga, chi resta, chi se ne va, chi viene sostituito senza fare rumore.
E no, non tutte queste storie vogliono essere raccontate.
Non tutte vogliono te.
Decolonizzare Catania significa accettarlo. E forse, per una volta, stare in una città senza pretendere che ti appartenga, senza dover per forza fare luce, svelare il trucco.
In un’epoca in cui tutto deve diventare visibile e disponibile, rivendicare questa opacità è un gesto politico. Non per sottrarci al confronto, ma per sottrarci alla semplificazione.
Catania, come tutte le città, non è un’immagine da decifrare, ma un processo da abitare.
Per noi di SELTZ, questo implica una responsabilità specifica.
Se la città è attraversata da sguardi che la trasformano in contenuti per Instagram e TikTok, il nostro lavoro editoriale e fotografico non può limitarsi a riprodurre tali immagini.
È necessario costruire rappresentazioni alternative: narrazioni situate, capaci di restituire la complessità senza renderla esotica, senza denunciarla o spettacolarizzarla.
Una narrazione decoloniale non è semplicemente una narrazione critica. Ci costringe ad interrogarci, ancora prima di scrivere o di scattare una foto, sulle motivazioni stesse del nostro racconto: chi guarda, da dove, per chi.
Significa costruire relazioni con i soggetti rappresentati, contestualizzare le immagini, evitare la riduzione delle persone a simboli di una condizione.
SELTZ è uno spazio di ricerca autonomo condiviso con chiunque abbia voglia di dire la sua, di produrre conoscenza di prima mano. Non vogliamo fornire una diagnosi definitiva, ma aprire un campo di possibilità.
Raccontare Catania e il Sud sarà sempre un processo incompiuto, che richiede sforzi collettivi, alleanze inattese, capacità di ascolto. Significa anche ricercare questa incompletezza, rinunciare a narrazioni totalizzanti e lasciare spazio a voci plurali, spesso dissonanti.
Speriamo che avrete voglia di farlo con noi.